MDLSX , una moltitudine di identità – Intervista a Silvia Calderoni

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“Io non “ho” un corpo, io/noi tutte “siamo” il nostro stesso corpo. Quindi non potrei dire che il corpo è il mio strumento, direi piuttosto che è materia, è linguaggio, è espressione artistica.” Silvia Calderoni

MDLSX, Silvia Calderoni – Foto © Ilaria Scarpa

Camminando verso nord della fertile pianura che circonda Ravenna, fra i fiumi Santerno e Senio, i nostri occhi incontrano la cittadina di Lugo della Romagna. Deve il suo nome al latino “Iucus Dianae”, bosco consacrato a Diana , o, un altra ipotesi suggerisce che derivi dal dio celtico “Lùg”, dio della luce e delle arti. Quello che accomuna queste due ipotesi è la luce, anche nel nome Diana è infatti presente nella sua desinenza latina. Questa breve premessa per raccontavi, e farvi raccontare, di un altra luce che illuminò questo piccolo paesino ravvenate. Ed è quella emessa da Silvia Calderoni, che proprio qui nacque il 9 di Settembre del 1981. Attrice formidabile, acclamata e riconosciuta, tanto da ricevere il Premio Ubu 2009 come migliore attrice under 30 e tanti altri importanti premi, Silvia Calderoni iniziò a prendere confidenza con il teatro nel 1998, grazie alla partecipazione ad un laboratorio teatrale di Pietro Babina del Teatro Clandestino di Bologna.Da allora numerosissime le sue collaborazioni, tra cui quella con Monica Francia, con il Teatro Valdoca e quella con Judith Malina, una delle fondatrici del Living Theatre” in “the plot is the revolution”. Oggi siamo qui per parlarvi della sua pluriennale collaborazione con la compagnia Motus,  compagnia nomade e indipendente fondata da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, che la porterà a Roma presso l’Angelomai dal 19 Aprile al 22, grazie al suo spettacolo MDLX. Con la regia proprio di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, Mdlsx prende lo spunto dal libro cult di Jeffrey Eugenides, “Middlesex. Del testo ritroviamo la riflessione su questioni di genere, sull’androginia, sulla scelta tra essere donna o uomo, sulla cecità da parte di una fetta consistente della società di non comprendere una sessualità che possa essere diversa da ciò che viene considerato “normale” o “usuale” . Una società che non tiene, quindi, conto della complessità della natura, riducendo il tutto in una soluzione binaria di uomo-donna. La trama testuale dello spettacolo ha però anche altri riferimenti culturali, come pe esempio Pasolini, Haraway, Preciado, Butler, senza tralasciare le letterature e culture queer. Tra queste moltitudine di idee il corpo androgino di Silvia Calderoni e la sua interpretazione regalano uno spettacolo potente, intenso e allo stesso tempo intimo. Apriamo il sipario della nostra intervista, e prepariamoci ad accogliere la personalità travolgente di Silvia Calderoni ricordandovi le date dei suoi imminenti spettacoli per i fortunati amici romani. Dal 19 Aprile al 22, presso lo spazio indipendente dell’Angelo Mai, Viale delle Terme di Caracalla 55 A, Roma. Da non perdere.

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MDLSX, Silvia Calderoni © Simone Stanislai

Domanda. Silvia grazie di cuore per averci dedicato del tempo per la realizzazione di questa intervista. Partiamo dalle origini. Sei nata a Lugo di Romagna, in provincia di Ravenna. Intorno a te a distanza di pochi chilometri hai respirato l’avanguardia e la ricerca teatrale grazie a compagnie come la Societas Raffaello Sanzio, Teatro Valdoca, Fanny & Alexander, Motus. Se il destino, o chi per lui, ti ha indirizzato la strada, tu hai scelto comunque di percorrerla. Cosa ti ha spinto a intraprendere questo percorso artistico?
Risposta.Più che un destino potrei dire che è stato uno scontro. Ero al quarto anno di liceo scientifico, e in quel momento l’Emilia Romagna era una sorta di stargate delle arti performative. Spazio e tempo, periodo storico e luogo di vita erano allineate, generando galassie, turbini e buchi neri. Capitava così di incontrare l’imprevisto. Il teatro non era parte della nostra vita familiare, del mio ambiente più stretto. La grande ricchezza generativa della Romagna di quel momento era che, a differenza di altri luoghi in Italia, anche il lavoro che veniva fatto sul territorio e nelle scuole era condotto e ideato da artiste/i della scena di ricerca, dunque con un approccio sperimentale, di indagine. È un fatto di postura, diversa dall’insegnare tecniche o dall’insegnare “a fare teatro”: per noi adolescenti si è trattato di entrare in rotta di collisione con immaginari nuovi, con attitudini e visioni che ci hanno aperto mondi.
 
D.Il tuo primo approccio con il teatro è datato 1998, quando decidi di partecipare ad un laboratorio teatrale di Pietro Babina e Fiorenza Menni del Teatro Clandestino di Bologna. Quali sono state le tue sensazioni, le tue emozioni?
R.Era la prima volta in assoluto che facevo qualcosa di artistico, fino ad allora avevo solo corso e fatto sport. Le prime volte che ci proponeva qualcosa da fare, nella palestra della scuola, io non sapevo assolutamente cosa aspettarmi. Pensavo che avremmo fatto Shakespeare, lavorato sulle parti. E invece no. Una delle prime azioni proposte è stata sederci in cerchio e Pietro ha fatto una domanda a cui ognuno doveva rispondere: dare una definizione della parola “teatro”. Al mio turno non ricordo cosa ho detto, ma da quel momento in poi, fino ad oggi, questa definizione invece che consolidarsi si è andata via via sempre più frammentandosi, smontandosi. Da quel momento è iniziata la mia ricerca intorno a quella parola. È stata talmente importante l’esperienza di quel laboratorio che ancora mi ricordo dei pezzi a memoria della partitura del lavoro finale: “piove forte forte” / “il fumo della sigaretta mi fa bruciare gli occhi” / “è per questo che piango, non per altro”.

MDLSX, Silvia Calderoni – Foto © Nada Zgank

D.Successivamente e ecco i laboratori con Monica Francia, Teatro Valdoca e la scuola europea per attori diretta da Cesari Ronconi. Quanto sono state importati queste esperienze per il tuo percorso?
R.Più che importanti, hanno plasmato la materia stessa del mio percorso. L’incontro con Monica è stato fondamentale. Perché c’era lei, ma intorno a lei le sue assistenti, le sue danzatrici, un gruppo, un ensemble – ed erano tutte donne. È stata la prima persona che si è presa cura di un percorso di studio del corpo e sulla fisicità: Monica non ti insegna una tecnica predefinita, né come muoverti, ma ti porta a cercare il tuo movimento, nel tuo corpo. Poi, all’epoca una delle collaboratrici e danzatrici di Monica era Simona Diacci, videomaker, dj e creatrice di ambienti attraversabili, con la quale ho condiviso un lungo pezzo di vita e di percorso artistico: ci siamo formate insieme, abbiamo fatto le stesse esperienze, in Teddy Bear Company. Ci siamo sempre state l’una per l’altra, nei vari progetti artistici, nelle diverse collaborazioni, in tutte le trasformazioni. È un lungo ininterrotto dialogo affettivo e artistico che si snoda nel tempo. 
Cesare è un pedagogo straordinario, è capace – per dirla con le sue parole – di trovare il punto di fusione di ogni performer. Ripensandoci adesso, gli anni trascorsi con Cesare in Valdoca valgono come secoli per la densità di esperienza, per l’intensità. Quando stai su un palco Cesare ti chiede un’attitudine molto particolare: ti chiede di stare dentro di te, centratissima su di te, e simultaneamente fuori di te, connessa col mondo. Con Valdoca è stata la prima produzione, il primo tour, la prima esperienza di vita comunitaria. La mia adolescenza teatrale. Sono stata molto fortunata, perché ho vissuto doppio, un’adolescenza di vita e un’adolescenza artistica.
 

 

D.In una tua intervista descrivi il tuo amore per la compagnia teatrale Motus, dichiarando di essere, ancor prima di farne parte, una loro fan. Cosa ti affascinava del loro mondo?
R.Prima ancora di incontrarli, prima ancora di vedere un loro spettacolo, di Motus ho sentito parlare: dai miei compagni di scuola, dai miei amici, che ne parlavano come una sorta di band teatrale, bellissimi, biondi, vestiti di neri. Una sorta di leggenda metropolitana, come fossero un gruppo punk. Motus non era solo un’identità teatrale, esprimeva un codice, un’estetica, una cultura artistica, una forma di vita, un mondo. Ho provato a fare un paio di provini con loro, ma non mi hanno presa. L’incontro è accaduto dopo, nel tempo giusto. Ho ricevuto una telefonata da Daniela che mi chiedeva se volevo partecipare a un piccolo video che sarebbe stato proiettato in uno spettacolo: so esattamente dov’ero quando ho ricevuto la telefonata. A Cesena, in un parcheggio.
 

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MDLSX, Silvia Calderoni – Foto © Renato Mangolin

D.Più che attrice sei una vera e propria performer, il tuo corpo è il tuo linguaggio, in realtà è un linguaggio per tutti solo che tu gli riesci a dargli fiato come poche al mondo. Com’è il tuo rapporto con il corpo?
R.Io non “ho” un corpo, io/noi tutte “siamo” il nostro stesso corpo. Quindi non potrei dire che il corpo è il mio strumento, direi piuttosto che è materia, è linguaggio, è espressione artistica. Corpo allenato, non solo alla scena, che è uno spazio protetto, ma anche ai limiti, alle zone non tutelate. Questa domanda vale per chi lavora sulla scena ma vale per tutte e tutti. Non è uno specifico professionale – anche se il corpo attoriale ha bisogno di particolare cure e allenamenti -, quello che facciamo noi sulla scena è rendere visibili alcune potenzialità espressive del corpo, capacità sensibili che poi però sono a disposizione di tutte/i.

 

D.Silvia, parliamo dell’ “ora e qui”, con Motus porti in scena MDLSX. Il titolo rievoca il romanzo Middlesex di Jeffrey Eugenides, in cui la protagonista è Calliope, ragazzina che decide di seguire la propria natura genetica di maschio, assumendo l’identità maschile di Cal, senza però dimenticare il suo passato da ragazza. Come nasce MDLSX?
R.Beh, potremmo dire che Middlesex ci mostra proprio come non sia possibile definire alcuna “natura” maschile o femminile, come la natura sia anzi estremamente più complessa e fantasiosa delle nostre definizione un po’ povere. MDLSX nasce dal desiderio di Enrico, Daniela e mio di lavorare ad un solo che intrecciasse elementi della mia biografia con elementi di finzione. Dunque la trama testuale e immaginifica di MDLSX è composta non solo da Eugenides ma anche da Pasolini, Haraway, Preciado, Butler, e da riferimenti di letterature e culture queer. Non un testo unico dunque, ma una moltitudine di pensieri in corso, per dire non una sola identità – la mia –, ma per provare a mettere in scena possibili identità di molt*.
 

MDLSX © Renato Mangolin

D. MDLSX ha impreziosito i teatri di tutta Italia in questi tre anni. Come viene accolto dal pubblico? C’è uno spettacolo che ti ha emozionato più di altri?
R.È uno spettacolo che ha girato molto, in Italia e all’estero, anche in paesi in cui ci sono situazioni anche problematiche dal punto di vista dei diritti delle persone LGBTIQ, come la Russia e la Polonia, ed è bello e emozionante e potente vedere come questo lavoro riesca a raccogliere non solo pubblici diversi, ma anche delle comunità, più o meno nascoste e irregolari.

 

D.Lo spettacolo è un dj/vj set performativo. Un esperimento sonoro e visivo e artistico unico ed eccentrico. A quale dei brani suonati sei più affezionata?
R.Lo spettacolo non è fatto solo di parole e testi, la playlist costruisce una sorta di drammaturgia musicale che è anche una biografia. I pezzi che si susseguono hanno segnato dei momenti della mia vita, sono state le mie colonne sonore, mie e credo anche di parte della mia generazione. In una dei video proiettati durante lo spettacolo, si vede la mia stanza, io adolescente e sul muro una foto di Brian Molko, il cantante dei Placebo. Nancy Boydiventa così uno dei pezzi della playlist, e tra i preferiti direi anche gli Smashing Pumpkins, perché prima che in scena li ho ballati e saltati in pista.
 

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MDLSX, Silvia Calderoni – Foto © Simone Stanislai

D.MDLSX andrà in scena all’Angelo Mai di Roma dal 19 al 22 Aprile. Se non fosse un tuo spettacolo, perché lo consiglieresti?
R.Per venire all’Angelo, per chi non c’è mai stata/o. Uno dei pochissimi spazi a Roma rimasti a fare resistenza artistica e culturale, dove si possono vedere spettacoli di ricerca, concerti, seguire laboratori, incontrare altr* in un contesto non commerciale. Un riferimento per la comunità culturale non solo a Roma, ma in tutta Italia. Oltre a compagnie, artiste/i e autori, il mondo teatrale è fatto dagli spazi che attivano, che sono motore, che richiamano pubblici e si lasciano attraversare. Frequento l’Angelo Mai dal 2009, ed è stato complice e sostenitore di tantissimi miei/nostri progetti. In Italia e a Roma, più ancora delle istituzioni, più dei ministeri, più dei teatri stabili, il pensiero critico e la cultura più sperimentale e innovativa può continuare ad esistere e a parlare grazie a questi luoghi indipendenti, spesso occupati, spesso criminalizzati invece di essere sostenuti, tenuti in vita da attivist* che continuamente rigenerano intelligenza, relazioni e ambiti comuni. Spazi del possibile.

 

D.A proposito di Roma. Sei stata vittima di un evento orrendo. Senza mezzi termini sei stata minacciata e spintonata fuori dal bagno di un locale pubblico. Assurdo. Ricordo l’episodio perché sei stata splendida nel tuo sfogo su Facebook. Quando si riuscirà a uscire fuori dall’ottica della sessualità binaria? Cosa fa così paura?
R.Purtroppo in questi ultimi tempi questi episodi si sono moltiplicati, l’ultima è l’aggressione omofoba esplicitamente fascista a un ragazzo a Stazione Tiburtina. Per guardarla in un’ottica non vittimistica ma affermativa – come ci insegna anche il movimento femminista transnazionale NonUnaDiMeno – forse possiamo ipotizzare che non è aumentata la violenza contro noi persone LGBTIQ, o contro le donne, ma è maggiore la nostra capacita di “uscire fuori”. Possiamo parlare di violenza omofoba perché sempre più persone denunciano e rendono pubblici i contorni di queste violenze, che in passato sono rimaste nascoste e taciute. Sicuramente c’è un sentimento razzista, sessista, machista e omofobo che circola e si diffonde nel nostro paese, rafforzato dai media e da come trattano questi fenomeni. Ma contrastare la paura significa anche questo, guardare non solo al lato delle violenze subite, ma insieme a anche a quello della potenza collettiva di riposta che possiamo esprimere, mettendo al mondo una nuova cultura.

D.Silvia, grazie per la tua disponibilità e per le tue splendide performance. Ti salutiamo con un’ultima domanda. Quali sono i tuoi progetti e cosa ti auguri per il futuro?
R.La tournèe di MDLSX è ancora in corso, e continuerà per un poi. Con Motus stiamo lavorando a un nuovo piccolo progetto per il Festival di Santarcangelo che si tiene a luglio, altro spazio preziosissimo di creazione da seguire e frequentare. Ad agosto sarò invece alla Biennale di Venezia per un laboratorio sulle pratiche del performer condotto insieme a Ilenia Caleo, con la quale condivido da qualche anno un progetto nomade di formazione, pensato però come uno spazio aperto di ricerca e di scambio. Momenti per rigenerare le idee a contatto con altri corpi.

 

Contatti
Sito Angelo Mai: angelomai.org
Sito Modus: motusonline.com

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