La persistenza della memoria di Antonio Serra

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La persistenza della memoria
di Antonio Serra

 

La sala era spoglia ma curata: pochi tavoli ordinati su linee parallele, al centro un caminetto sospeso, in metallo scuro a forma di goccia, riempito di sabbia, guarnito con pietre sagomate e rami secchi ricurvi, scorticati dal mare. La parete opposta si apriva su un ampio terrazzo coperto, con una decina di tavoli. Metà occupati da coppie, l’altra metà da un biglietto bianco con una scritta nera a caratteri eleganti. Il cameriere si scusò, ci fece accomodare davanti alla soglia porgendoci due menù con una mano e versando dell’acqua minerale con l’altra. Dalì sorrise.
“È per i baffi dritti o per il nome?” disse marcando il tono di voce e guardando di sbieco, attraverso la fessura stretta tra le palpebre.
“Per il tuo sguardo spiritato da assassino seriale!” risposi con un accenno di sorriso mentre accarezzavo col pollice il vetro del bicchiere per togliere la macchia di rossetto.
Una coppia dai volti anonimi ci passò accanto dirigendosi verso l’uscita e quando il cameriere si avvicinò col taccuino Dalì gli chiese di cambiare posto. Appena il tavolo fu sparecchiato attraversammo il terrazzo; in mano avevo il bicchiere, addosso gli occhi di metà degli astanti che scorrevano sul mio culo fasciato di bianco. Mi fermai per tirar su le maniche della camicetta nera damascata e mi sentii la cena di quegli sguardi furtivi e il nemico dell’altra metà. Poggiai la borsa sulla sedia accanto al suo zainetto rosso, un rumore metallico risuonò sospetto.
“Cos’hai lì dentro, una sparachiodi?”
Sorrise e mi accarezzò il dorso della mano, poi avvicinandosi piano all’orecchio e sbirciando dentro alla scollatura rispose “Potrei…”.
Il tavolo era accanto al parapetto e l’acqua gorgogliante a pochi centimetri rifletteva lo scintillio delle luci gialle che illuminavano il castello sulla rupe. Il vino odorava di salvia e di antico, ginestra ed anice stellato. Si mischiava alla carne soda del pesce spada, alla saliva, alla lingua che premeva calda e morbida sul palato, alla mano di Dalì stretta tutto il tempo tra le mie gambe. I vicoli erano vuoti, i grossi ciottoli del corso imponevano un passo lento. Ogni portone era adornato da fiori profumati e piante grasse, dai balconi pendevano foglie dall’odore acre, su ogni gradino vasi disposti con cura. Strappai una talea di aeonium, il profumo pungente di linfa si unì con la brezza e l’odore di pulito dei panni penzolanti da un balcone. Un gatto, bianco con grosse macchie nere, saltò da dietro una barca ormeggiata infilandosi in mezzo alle nostre gambe. Dalì inciampò e per non cadere sbatté con la spalla destra al muro di una casa; di nuovo quel rumore, di catene. Accortosi del mio sguardo curioso disse che la famosa cala del sangue era a pochi passi. Se ne parlava da mesi, nei notiziari, delle tre ragazze violentate, sgozzate e scarnificate sugli scogli di Chianalea. Sentii vibrare la spina dorsale e rizzarsi tutti i peli delle braccia, le guance mi si colorarono di porpora, il cuore iniziò a pompare forte, le pupille mi si dilatarono al punto che per qualche secondo la vista si appannò. Dalì mi strinse il braccio e strattonandomi disse “Dai, andiamoci!”.
La mia borsa si faceva più pesante, i tacchi si piegavano tra i ciottoli, le gambe si muovevano a stento. Dalì mi stava trascinando col suo sguardo dolce ed eccitato. Sentii il calore scendermi tra le gambe. Era bello, di poco più alto di me e con un viso da ragazzino. In ossequio alla volontà del suo cazzo mi stava conducendo verso quel luogo maledetto. Ora ero eccitata anch’io e sentivo la mia figa pulsante gocciolare. Scendemmo i pochi gradini e svoltammo a destra su un minuscolo piazzale tra gli scogli, bagnato dall’acqua, davanti all’ingresso di una casa. Un lavabo in cemento era servito a lavare le maglie ancora zuppe appese ad un filo di metallo. Un pezzo di sapone appoggiato su un muretto di pietra ed un secchio azzurro vuoto. L’acqua schizzava a venti centimetri da noi, la luna illuminava il viso di Dalì che senza lasciarmi il braccio si avvicinò per mordermi le labbra. Gli passai la lingua sui denti bianchi, lui sorrise. Gli strinsi il cazzo con la mano, era duro e grosso.
“In camporella sul mare” disse sorridendo.
Mi girò il braccio dietro la schiena e mi strinse forte il culo. Gli sbottonai i pantaloni, infilai le dita, lui lasciò cadere lo zainetto, io la borsa. Un tintinnio distinto di lame nel buio. Il cemento era freddo, lui raccolse i miei capelli con le mani e mi ficcò la cappella tra i denti, spingendomi la testa. Con la lingua battevo piccoli colpi grondanti di saliva. Mi afferrò per una coscia tirandomi verso di sé, le ginocchia mi si sbucciarono ma rimasi in silenzio e contrassi i muscoli per stringere le sue dita nella figa. Poi Dalì cercò lo zaino, in un attimo aprì la zip, ancora il suono metallico, molto più acuto, poi un urlo, un tonfo, il rumore della carne che si squarcia, un fiotto di sangue dal suo collo. Mi alzai stringendo il fidato serramanico ed il suo cazzo tranciato di netto, quindi finii con calma il lavoro.

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© Etneivresni

Antonio Serra
Antonio Serra è uno dei più anziani millennial ancora vivi. Essere in sovrappeso lo allontana dal concetto di gioventù ancor più del bianco tra gli sparuti capelli neri e la barba che, per pigrizia, non cura da molto prima che diventasse di moda. In mezzo alla gente tende ad occupare meno spazio possibile, prediligendo i posti con visuale ampia e spalle coperte. Parla gesticolando ma tenta di non scomporsi mai. L’ansia comunicativa gli causa il terrore di non sapersi spiegare, la sudorazione dei palmi, l’usare almeno due esempi diversi per dire la stessa cosa, la maniacale cernita del termine più adatto, il balbettare marcato che negli anni ha domato con l’uso di perifrasi. Ha due colori preferiti: rosso e il blu. Non segue né pratica alcuno sport, ma un autismo latente lo spinge a doversi comunque informare su eventi e risultati. Odia non conoscere l’argomento quando si trova in una discussione e se non ha nulla di utile da dire preferisce stare zitto. La cosa che sa fare meglio è imparare.

 

Contatti
Facebook: Antonio Serra

 

Etneivresni
Etneivresni, o Etnei è un’artista calabrese di età mentale misteriosamente sconosciuta, attualmente sta conseguendo la laurea presso l’Accademia di belle arti di Firenze, lavora da libera professionista come illustratrice e facendo varie altre cose più degradanti part-time. Accetta i pro e i contro della professione. Il rapporto complesso di odio-amore verso questo lavoro, o meglio: di intensa adorazione per se stessa e desiderio sfrenato, anche sessuale, verso quello che crea alternato momenti di puro terrore, classico panico artistico di prima scelta.

 

Contatti
Instagram: @_etneivresni_
Facebook: @U-S-E-United-State-of-Elena

 

La rubrica senza filtri è a cura di T-Squirt con la necessaria e preziosa collaborazione di Elena Giorgiana Mirabelli ,redattrice e responsabile progetti di Arcadia book&service.

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