La Bettolab, luogo del desiderio a Berlino

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Ho conosciuto Labettolab, ed Emanuele che la anima e ne è l’anima, due anni fa. Un’amica in comune mi indicò questo bar-bistrot, anche se chiamarlo così è riduttivo. Non ricordo molto della mia prima volta lì, se non che presto divenne uno di quei posti nei quali solitamente si va quando ancora non si conoscono molte persone in città, ma si ha comunque voglia di uscire e bere una birra, anche da soli. Alla Bettolab non mi è mai capitato di bere una birra da solo, ed era chiaro sin dall’inizio. Questo posto è un po come una mappa dispiegata in maniera orgogliosa, o una wunderkammer che cigola per il legno riciclato e per le parole che hanno gonfiato le pareti, e gli oggetti, esposti e appesi, che danno all’arredamento un sapore spesso goliardico, come i lavandini sospesi sul bancone del bar, o il filo della doccia al muro della parete delle proiezioni. Ad animarla è Emanuele, occhi grandi da cerbiatto, dolci come il miele. Un giovane saggio nel corpo di un selvaggio, secco secco e dinoccolato che ricorda Celentano da giovane, ma anche certi personaggi da fiaba tipo Aladino, quando indossa il suo cappello fez con il cordoncino penzolante. E poi quella caratteristica tipicamente romana da “supercazzola” sempre in agguato, che non sai se ti parla seriamente o ti sta prendendo affettuosamente in giro. Ho sempre pensato che fosse anche questo che spingeva artisti quotati a visitare La Bettolab, il loro essere trattati come un oste ciociaro tratterebbe i suoi commensali: diretto e schietto, ma servendo loro cibo saporito. La Bettolab in sé ricorda un teatro, ed Emanuele ti accoglie mischiando il dialetto calabrese con quello romano con l’italiano e con il tedesco, il tutto condito da neologismi più azzeccati delle parole da dizionario. Si viene dunque a creare una situazione liminare a livello linguistico, che spinge chi è venuto a ritornare di nuovo. Soprattutto chi non è italiano rimane attratto dallo spirito che si respira qui, che è quello di essere imprevedibili nel parlare, gesticolando, con il corpo che fa sembrare tutto una performance.

Domanda.Ciao Emanuele, inizierei con il chiederti di raccontare come sei arrivato ad aprire un posto come la Bettolab.
Risposta.La Bettolab compie quattro anni a Settembre. Il mio arrivo a Berlino risale al duemila dieci, quando la mia storia romana, per lo più trascorsa nel centro sociale Acrobax. era infatti agli sgoccioli, e Berlino mi era parsa una città diversa, adatta alla sperimentazione. Mi sono trasferito a Novembre, d’inverno, era molto buio e triste. Finché non incontro alcune persone, diventate poi amiche, alle quali propongo di aprire uno spazio sociale, politico, artistico, slegato dall’economia e dai soldi, che basasse tutta la sua struttura filosofico-culturale sullo scambio di conoscenze. Accettavamo solo donazioni, e nessun prezzo doveva essere fisso, neanche per i workshop. Nasce la “Teilnahmerei”, che tradotto significa “la partecipazione-ria”. Il luogo era una piccolo negozietto dove prima si producevano cucitrici. Il progetto diventa subito esplosivo, soprattutto perché allora stavamo al centro di Kreuzberg (ndr. quartiere di Berlino, negli anni ‘80 e ‘90 centro della controcultura berlinese). Ognuno condivideva i propri saperi una volta a settimana, proponendo dal laboratorio di saldatura, a quello di cucito, di lingue, di yoga, all’interno di uno spazio abbastanza trash, un po centro sociale, un po ‘berlinese’.

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Emanuele 

D.Come hanno reagito gli abitanti della zona?
R.Erano tutti molto stupiti. In quell’anno eravamo già in piena gentrification, e quella parte del quartiere era abbastanza attiva politicamente nella resistenza. Le persone del luogo venivano e ci dicevano “bello, ricorda i vecchi bar berlinesi anni ‘80”. Questo ci riempiva di gioia. Era uno spazio illegale, senza licenza per il bar, esistevamo per la gente ma non per lo Stato. Questo non ha comunque portato nessuna denuncia nei nostri confronti, proprio perché Berlino allora, e forse ancora adesso, era un vero spazio di libertà. Poi purtroppo il nostro contratto di fitto scadde, quindi ci vedemmo costretti a chiudere. Organizzammo una grande festa di sabato, e già lunedì non c’era più niente. Gran parte delle cose all’interno vennero bruciate la notte stessa. Fu in qualche modo un’azione performativa. Immagina la reazione dei passanti che si trovarono di colpo uno spazio vuoto. Il progetto sopravvisse per qualche altro mese, ma nomade, ospitato da vari bar e locali di Berlino, finché non terminò del tutto. Mi misi così alla ricerca di un posto nuovo nel quale replicare quell’esperienza, e dopo un anno e mezzo lo trovai. I primi mesi furono molto difficili, tante cose da imparare a livello burocratico, ma anche tanta voglia di sperimentare. Partii dai miei vecchi contatti, e arredai il locale con materiale riciclato. Giocavo con le luci e con il cambiamento ciclico delle decorazioni e dell’arredo. Nella prima fase ci furono molti concerti dal vivo e serate all’interno delle quali venivano invitati artisti a performare, con me in veste di conduttore. Concept che tutt’ora mandiamo avanti. Poi iniziammo con gli aperitivi, fino a che non vide la luce il progetto cucina, che chiamammo Bettomagno.

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LaBettolab

D.Una delle cose che più distingue la Bettolab è infatti la qualità del cibo, dal quale traspare il legame con le tue origini. Tu sei mezzo calabro e mezzo romano…
R.Si, iniziammo con prodotti tipici calabresi (salumi, formaggi, olive, miele, vino), che portavo io dalla Calabria L’idea era quella di portare un pezzo di quella terra qui, per farla conoscere. Berlino ha degli stereotipi in merito alla cucina italiana che ho sempre sperato di poter scardinare, portando ad esempio alcune primizie qui introvabili, ma in un contesto diverso rispetto agli altri bistrot berlinesi. Volevo che si creasse un ambiente più familiare. Mio padre preparava per noi gli alcolici, limoncello, menta, liquirizia, more di gelso, ma anche fichi secchi e olive in salamoia. A lui faceva piacere pensare venissero assaggiati nel “locale di Emanuele a Berlino”. All’inizio ci fu tanto entusiasmo, ma poi anche frustrazione. Mi resi presto conto che il palato dei tedeschi non è poi così sopraffino, quindi l’impegno da parte mia venne un po’ a calare. Non solo, mi sono reso conto che sradicare quei prodotti dalla loro terra, per portarli qui, significava fargli perdere la loro essenza in qualche modo.

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D.Questo mi ricorda quanto scrisse un critico d’arte in merito ai musei, da lui descritti come una collezione di opere decontestualizzate, quindi nella maggior parte dei casi fittizia. Se ad esempio una determinata statua, pensata per un determinato tempio, viene sradicata e collocata altrove, allora viene a perdersi parte del suo significato.
R.Si, sono pienamente d’accordo, per me il cibo è la stessa cosa. Ad ogni modo poi il progetto cucina riprese, con “le siciliane” (ndr. Alessandra e Clara, allora cuoche del Bettomagno), con le quali proponemmo gli aperitivi italiani. Il che significava che ogni settimana proponevamo prodotti tipici da una regione italiana diversa. Si creò un’atmosfera molto bella, finalmente le donne non erano solo clienti ma parte integrante della Bettolab

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A questo punto dell’intervista si intromette Giacinto, pittore umbro al lavoro su una sua opera di grandi dimensioni, pensata appositamente per la Bettolab. L’opera reinterpreta il quadro di Ilya Repin dal titolo “I cosacchi dello Zaporož’e scrivono una lettera al sultano di Turchia”, sostituendo ai personaggi dipinti nel quadro ottocentesco i clienti habitué della Bettolab, metafora della lotta contro le autorità cittadine e i vicini che puntualmente ostacolano le attività del locale, come il sultano tentò di fare con le popolazioni dell’Europa centrale. In merito al Bettomagno Giacinto afferma: “Confermo, era bello il contrasto tra la Bettolab, qualcosa di grezzo e ignorante, e le prelibatezze, che erano piccole bomboniere. C’era una bella atmosfera, molto femminile”.
E così nacquero i Bettoshow, dove il cibo e le performance si intrecciavano, mezz’ora di performance e mezz’ora di cibo. È stata un’estate di boom. La gente mangiava fuori per strada, spesso su assi da stiro e lavandini quando di tavoli non ce n’erano più. La gente era impazzita, e la cucina fece sì che i clienti si mischiassero ancor di più.

 

D.A proposito dei cambiamenti di arredo, mi interesserebbe approfondire questo aspetto. La stanza dove siamo ora, ribattezzata da te “la quarta dimensione”, circa un anno fa andò a fuoco. Quando me lo dissi ci rimasi ovviamente male, ma allo stesso tempo tale notizia sortì in me un sentimento simile a quello che provai l’anno precedente in Calabria, d’estate. I paesaggi erano pieni di roghi ovunque, e nelle stesse settimane si verificò un incendio nel centro storico di Cosenza, incendio che ebbe risonanza nazionale. Ad andare a fuoco fu infatti un palazzo dov’erano custoditi dei libri molto antichi, alcuni di loro autografi del filosofo Bernardino Telesio, risalenti al tempo in cui Cosenza era chiamata l’Atene della Calabria per via della sua Accademia. Evento ancora più amaro poiché nel rogo morirono diverse persone, impossibilitate a sfuggire alle fiamme del loro appartamento, situato nel medesimo palazzo. Anche il mio umore in quei giorni era come infiammato, e sentivo come una connessione tra l’andare a fuoco della regione e della città, e il mio andare a fuoco, come se tutto fosse parte di un cambiamento necessario. È così ho sentito fosse anche per la Bettolab, che appena si entra ti da la sensazione di essere come ‘incendiata dal desiderio’. L’incendio alla Bettolab io lo leggerei come un segno, sgradevole ma parte integrante del luogo. Questo posto è un po un’escrescenza di te, in fin dei conti ricorda sia un teatro, ma anche la tua camera. Quando mi invitasti al tuo compleanno, a casa tua, mi dicesti “sono molto felice perché è come se stessi dando una festa nella mia cameretta”. Questo è un aspetto che mi piace molto di te, il tuo lato infantile, fanciullesco. Vorrei che mi dicessi qualcosa di più di questo spirito fanciullesco, ma anche del desiderio che può arrivare ad infuocare, ad infiammare.
R.È molto bello quello che dici. Si, io faccio tutto con una spontaneità quasi ‘bambina’. Ed è vero, sentivo un grande desiderio di avere uno spazio, ché avevo goduto tanto ad averne uno al cinodromo a Roma (ndr. l’Acrobax) La Bettolab è stato il mio spazio, nel bene e nel male. E il fatto che montavo e rimontavo dice qualcosa di me, il mio non legarmi troppo alle cose. Prima dell’incendio questa stanza era già cambiata diverse volte, era cupa, con legno “fracico”, tipo barca di pirati. Io qui dentro c’ho passato tanto tempo, quasi sento paura se ci penso. Forse inconsciamente il dover stare nello stesso posto mi ha portato a cambiarne spesso l’immagine. Tanta roba è passata in questo posto, tanta se la sono rubata, tanta me l’hanno portata. Ci sono stati momenti in cui ho pensato di dover ‘normalizzare’ lo spazio, nel senso di renderlo pulito e neutrale, con luci chiare e non colorate, per dargli un ordine. Perché il business un po’ te lo impone. Il limite della Bettolab è infatti proprio quello di non essere attraversabile da tutti.

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LaBettolab

 

D.Secondo te perché?
R.Perché c’è un carattere molto forte, e spesso il pubblico è abituato più alla neutralità, al vuoto.

 

D.Concordo. Ad esempio molte gallerie di Berlino sono minimaliste, asettiche quasi, e immagino che chi entra da un lato si senta ‘gelato’, dall’altro però, vedendo tutto chiaramente, angoli compresi, è come se si sentisse tranquillizzato. La Bettolab invece è carica di oggetti, ed è come se, entrando, il nostro sistema catalogatorio e di orientamento andasse in panne. Questa “non attraversabilità” del luogo ti ha creato delle difficoltà in passato?
R.Si, e tutt’ora i momenti di difficoltà non mancano. Spesso ho dovuto combattere con la mia tristezza, e il mio senso di sconfitta. È bello avere un locale, ma a volte il riscontro delle persone è duro. Se a venire sono poche persone, stai fallendo. In quei momenti bisogna saper maneggiare il fallimento, e questo negli anni mi ha insegnato a sviluppare una fiducia in me, a prescindere da quello che succede. E in mezzo a tante serate vuote, ci sono state tante serate piene, con persone interessanti che hanno detto parole per me importanti. Un’artista che vive e lavora a Berlino da trent’anni mi ha detto che la Bettolab è uno spazio d’arte unico nel suo genere. Io prendo sempre con le pinze queste parole, ma allo stesso tempo mi danno la conferma che sono nella giusta direzione. Un altro mio limite è sicuramente il marketing. Viviamo in una società nella quale le persone sono molto distratte e frequentano mille luoghi. Per questo è necessario che ogni volta gli venga ricordato un determinato evento, o il luogo in sé. La Bettolab per di più è un posto che dall’esterno non lascia trasparire il caleidoscopio di oggetti, colori e luci che custodisce dentro. Devi entrare, altrimenti potresti passare avanti senza accorgerti che esiste.

 

D.In questo ricorda Genova, il suo tipo di bellezza diversa da una qualsiasi altra grande città d’arte italiana. Genova la devi scoprire, potresti trovare una chiesa incastonata in un carruggio strettissimo senza saperlo. Così per la Bettolab, è un dispiacere che ci siano periodi di magra, ma allo stesso tempo è bello sapere che chi entra lo fa per scelta, una scelta forse più sentita di quella che spinge ad entrare in altri posti.
R.Si, la “questione bettolistica” è tale perché c’è un filtro. Il posto filtra di suo. Per questo ho scelto Neukӧlln (ndr. altro quartiere di Berlino, nell’ultimo decennio in rapida crescita) e non Kreuzberg, perché non volevo il gruppetto di turisti che ti danno un sacco di soldi, ma che si ubriacano e ti lasciano la puzza di ascella e basta. Volevo gente che ritornasse, che tornasse e si innamorasse, che partecipasse in maniera attiva, che volesse creare le sue cose. La Bettolab si regge su questo continuo creare e distruggere, sul movimento. Cambiare l’architettura della Bettolab è cambiare visuale dello stesso posto, muoverlo. È qualcosa di filosofico, ed è quello che ho sempre cercato di fare anche quando mi trovavo a dover affrontare miei problemi personali, o situazioni di noia. A sbloccarmi era il cambiare punto di vista. Ogni volta che ho un sentimento forte sento di dover cambiare, ma devo essere molto felice, o anche triste. Devo comunque essere fomentato da un sentimento, al punto che un giorno di chiusura della Bettolab arrivo e inizio “a segà”. È proprio un atto meditativo-performativo. Alla Bettolab hanno sperimentato in tanti, ma prima di tutti a sperimentare sono stato io.

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D.Mi piace molto questo modo di sentire il cambiamento. Tra l’altro quando hai detto “devo segà”, mi è tornato in mente quando mi raccontasti della pagoda che costruisti qualche anno fa, a mano, in mezzo ad un’aria di occupazioni abitative.
R.La pagoda è sorta in un momento di grande crisi per me. Frequentavo una sorta di favelas berlinese, uno spazio unico, dove facemmo anche un giardino urbano. Era un campo al centro di Kreuzberg, vicino alla Spree (ndr. fiume principale di Berlino), posto splendido. Ad un certo punto spuntarono delle tende, dove le persone decisero di vivere. D’inverno meno venti gradi, faceva molto freddo. Ad un certo punto un signore giapponese, stanco di cercare casa a Berlino, se ne costruì una da solo. Da buon giapponese si fece una super casetta di legno, microscopica ma meravigliosa, segata tutta a mano, proprio vicino all’orto urbano. E lì “me sale el mostro”, e pensai “anche io me voglio fà a casetta”. Però a me non serviva la casa, e non avevo voglia di andare a vivere lì. Volevo fare qualcosa per tutti. Trovai così una catasta di legno abbandonata, che era di uno spagnolo, un bel personaggio. Me la regalò. È da lì che nasce l’idea di istallazioni completamente “electro free”, tutte fatte rigorosamente a mano, perché lì non avevamo né elettricità né acqua. Fatto sta che iniziai a segare, anche dodici ore al giorno. Gli altri non capivano bene cosa stessi facendo, perché ognuno si era costruito la casa per sé, e magari guardandomi pensavano “ammazza, se sta affà na casa grande oh”. Il senso di comunità lì non c’era, erano un gruppo di disperati. C’era una costola di polacchi ubriaconi, e i ‘pischelli’ che avevano perso casa, tutti un po punk e abbastanza alcolizzati. Di animo buono, ma senza background politico. In otto giorno costruii la pagoda, una struttura ottagonale a forma di diamante, con i lati che sporgono verso fuori e rientrano verso dentro, con un buco centrale a terra, sempre ottagonale, dove giaceva il fuoco, e il tetto che doveva essere un altro buco dal quale sarebbe uscito il fumo, buco che però poi decidemmo di chiudere con teli e tende. Lanciai così un’assemblea, alla quale parteciparono gli abitanti, una quarantina di persone in tutto. Decidemmo di costruire i bagni pubblici, e di dedicare una giornata al mese alle pulizie. Una serie di cose scritte nero su bianco che io di volta in volta affiggevo alla pagoda. Facemmo una cena di inaugurazione con concerti, e ad ognuno chiedemmo di regalare qualcosa per abbellire la pagoda. A contribuire fu in maniera particolare un personaggio interessante, un “collezionista compulsivo de monnezza”. La pagoda era uno spazio comune del quale tutti dovevano prendersi cura, ma così non fu. Dopo l’estate era ridotta abbastanza male, e io cercai di rimetterla a posto. Anche quello fu per me molto ‘insegnativo’, il fatto cioè di non legarmi alla ‘robba’. Così in seguito l’abbandonai, con il ricordo di quella settimana che fu una delle più belle di quel periodo della mia vita, perché lavorai con le mie mani, perché mi feci il bagno nello Spree, perché conobbi un sacco di gente con le quali facemmo tante esperienze. Questo progetto me lo porto ancora dentro, lo vorrei proporre ad alcuni festival come spazio filosofico-primitivista.

 

D.La pagoda è stata un po’ la Bettolab ante litteram, possiamo dire così?
R.Si, e allora come ora, mi rendo conto di quanto mi intristisca il rapporto con le autorità, con i vicini, con tutto quanto c’è attorno e che a volte è motivo di ostacolo, anche se stiamo a Berlino e ci sono spazi di libertà forse più ampi che in Italia. Questo ha inciso sulla Bettolab, perché la mia libertà si è ‘abbassata’, insieme ai volumi sempre più bassi, e alla gente impossibilità a stare fuori a parlare e ridere.

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D.Una buona metafora per descrivere il desiderio, che anche se intenso spesso può subire delle battute di arresto dall’esterno.
R.Si, quello che abbiamo in testa noi, con questo animo sognante, è diverso da quanto è presente nella realtà. Penso che la volontà abbia un ruolo centrale nelle nostre vite, insieme all’intenzione che immettiamo nelle cose. In uno spazio metropolitano ci sono tante anime con le quali avere a che fare, e ognuna ha la sua dignità. Io ho sempre cercato di evitare di creare un’ambivalenza tra me e gli altri. Ad esempio con i vicini, ho sempre cercato di ricordare a me stesso che hanno altri orari, altre esigenze, e il mio stare qui porta a loro delle difficoltà, e viceversa a me il loro non comprendere la natura del posto. Per questo è essenziale trovare una via di mezzo, al fine di far sì che entrambe le parti possano vivere una vita dignitosa, senza astio.

 

D.Da circa un mese all’interno della Bettolab si stanno succedendo una serie di eventi, i famosi “Bettoshow”. Ho avuto il piacere di lavorare con te nell’organizzazione di queste serate, che hanno visto la presenza di performer, musicisti e filmaker provenienti da ambiti e percorsi diversi. L’ultimo appuntamento è per questo venerdì, quando, a latere della serata aperta al pubblico, inizierà e andrà avanti per circa tre giorni un progetto al quale tieni particolarmente. Il progetto si chiama Klima. Puoi raccontarci di cosa si tratta?
R.Klima è un laboratorio di perfoming art, senza pubblico. È stato ideato da Mike Hentz, professore di arti performative. Io ho dato il mio contributo nel delinearne lo sviluppo insieme ai partecipanti. Il laboratorio è strutturato in tre aree, chiamate temi, azioni e luoghi. Ogni giorno si decide insieme ai partecipanti come costruire la giornata performativa, il che può includere anche il momento della colazione, poiché venga vissuta in connessione con poesie, o musica ad esempio. Siamo noi, tutti insieme, a decidere temi e azioni, il che significa che firmiamo una sorta di “tacito accordo” che ci obbliga ad adempiere quanto si è precedentemente deciso. Gli esercizi possono essere di natura differente, ad esempio musicali, fisici o mentali. Una sessione tipica è quella formata da azioni differenti, ripetute per un determinato numero di ore. Questo crea uno stato di trance, che mette i partecipanti in connessione tra loro. In effetti Klima è un atto ritualistico, che ha dunque un inizio e una fine, ma che come tale presenta delle sue regole ben precise da rispettare. Mi sono trovato insieme a Mike a portare avanti sia Klima ambulanti che fissi. Nel primo caso, ricordo di una volta che affittammo un furgone a nove posti, e andammo in giro per Berlino, sia in gallerie d’arte, ma anche nella hall di un hotel o altrove. Un’altra volta replicai il Klima in Calabria, con un mio amico, il che fu abbastanza difficile perché non è facile mantenere la giusta concentrazione quando si è in due, e una delle due persone non ha esperienza in tal senso. Un’altra volta feci un Klima a Cuba, con la mia ragazza. Fu interessante poiché finsi di essere un picchiatello-pazzerello nella piazza principale di Trinidad. Ad un certo punto si avvicinò un signore che mi propose di camminare insieme all’interno della piazza, dicendomi che camminare mi avrebbe aiutato a calmarmi. In questi giorni stiamo preparando un Klima per la Bettolab, come accennavi tu stesso, che sarà dunque fisso, ma che vedrà allo stesso tempo alcuni spostamenti all’aperto. Aspetto importante di Klima è la documentazione di quanto accade, sia dele performance in sé che dei momenti successivi, nei quali si commenta insieme quanto accaduto. Ma sicuramente l’aspetto più importante di Klima è l’assenza completa di giudizio da parte dei partecipanti. Klima ha il fine di permettere ai partecipanti di realizzare le proprie pazzie, i propri sogni. Ognuno dunque si impegna ad eseguire le pazzie dell’altro, con caparbietà e partecipazione. L’assenza di giudizio è molto importante per questo tipo di performance.

 

D.Grazie molte per il tempo che ci hai concesso, e in bocca al lupo per il festival.

 

Abbiamo deciso di raccontarvi questo luogo perché ci è sembrato un esempio molto chiaro di quanto eterogeneo ed intenso possa essere il desiderio. È importante far conoscere e proteggere un posto come Labettolab, in una società che ci invita spesso alla tristezza più che alla gioia, che ti disconnette più che connettere, che ti spinge a sentirti solo, così sei più fragile e mansueto. Labettolab ha invece una tigre che campeggia sempre nelle locandine, e che ruggisce. La Bettolab come Berlino, una città che nonostante i cambiamenti e la gentrification continua ad alimentare e ad alimentarsi sul desiderio, invitano ognuno di noi ad essere come quella tigre, che ruggisce ma che allo stesso tempo sembra anche sbadigliare. Che è come a voler dire di non perdere il lato ferino, facendo al contempo arieggiare la testa. Un approccio meditativo che si percepisce stando al bancone del bar, o nella camera posteriore, quella mutata tante volte quanto il resto del locale, mantenendo divani e cuscini comodi, luce soffusa, e fumo nell’aria. Nella Bettolab non ti senti mai solo, neanche in quei frangenti nei quali tutti intorno a te parlano tra di loro, e tu hai fumato qualche cannetta di troppo e non riesci a proferire parola. Lì ti vengono in soccorso gli oggetti che si sono accastellati nel tempo sulle mura e sui mobili, come se ti parlassero. E tu inizi ad osservarne uno, per poi passare a quello vicino, e la testa, condotta dagli occhi, inizia a seguire una linea immaginaria di oggetti, diversa ogni volta. E da un oggetto gli occhi saltano poi su una testa, e si posano su una mano che tiene un bicchiere di vino rosso, uno di quei bicchierini di vetro che solitamente ti offrono in campagna, al Sud, per poi passare al bracciolo un po malandato di una poltrona. Risalgono poi, e si posano sulle labbra di qualcuno, e allora lì ti rendi conto che a guidarti non è più solo l’erbetta buona, ma che è anche la grappa al fieno che hai bevuto che sta iniziando ad agire, e all’introspezione dell’erba si sostituisce il desiderio che ci afferra quando si è un po brilli. Il desiderio del desiderio. E guardi quelle labbra e pensi alle labbra di una persona che hai amato. Poi dei ragazzi parlando alzano di colpo la voce, così d’istinto cambi visuale, e nel loro vagare alla ricerca di un nuovo appiglio gli occhi si sentono infine attratti da un angolo del locale, e capisci che a guardarti è Monica Vitti, il suo ritratto magnetico appeso alla porta di ingresso, lato interno. E allora non ti senti più una tigre che ruggisce, ma un ricettacolo circuito dal desiderio. Che è il desiderio della frase scritta sotto al ritratto, frase che hai letto tante volte ma che ogni volta ti lancia sentimenti corposi come carne, e che recita “Io senza di te non so stare”. Ed è in quel momento che sai di essere in un cuore caldo della città, e sorridi un po inebetito e ordini un’altra grappa, ritorni presente, e qualcuno riprende a parlarti.

Articolo ideato e realizzato per noi da Elio Primevo.

 

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