Maledetta Milano da bere che ci hai ubriacato Jo Squillo con effimeri sogni di gloria

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Gli esordi da riot-grrl, il Festival di Sanremo e le sfilate di moda: la parabola sexy di Giovanna Coletti in una playlist.

Jo Squillo - italian-punk - queef magazine - t-squirt
Jo Squillo

Qualcuno dice che sia stata tutta colpa del socialismo e della Milano da bere. Dei «salotti bene del garofano» e dell’abbaglio di sontuosi contratti discografici. Per farla breve, i responsabili della trasformazione di Jo Squillo da riot grrl super femminista, a “sgallettata” qualsiasi che si dimena nel piccolo schermo, sono stati i terrificanti anni ’80. Ma chi siamo noi per giudicare la vita degli altri? Nessuno. Anche perché, nella Milano da bere, non c’eravamo mica. E poi, diciamoci la verità, almeno in chi scrive, la Giovanna Coletti ha sempre suscitato molta simpatia. Del resto non è stata l’unica a passare dal punk al pop (o disco pop che dir si voglia) e non sarà nemmeno l’ultima. Sarà per quelle voci ambigue che circolavano su di lei (“è un uomo operato, no, è un trans”) o anche perché non ce l’ha mai menata con la storia dell’amore idealizzato. Insomma, perché, seppure con delle evidenti cadute di stile (oltre alle gambe c’è di più…), ha sempre badato alla sostanza più che alla forma. Ed è proprio pensando alla sostanza che abbiamo compilato una miniplaylist che attraversa tutta la discografia di Jo, da quando era un’incazzatissima teenager punk alla versione più matura, nella quale, dismesso il rossetto nero e il pesantissimo trucco, si è data alle sfilate d’alta moda.

 

1. Violentami
Trattasi, in realtà, di un singolo inedito della “Kandeggina Gang”, il gruppo di cui faceva parte Jo agli inizi della sua carriera. Fu anche a causa di questo pezzo che la nostra lasciò la band. Alle sue compagne non andò giù il fatto che Jo (di sua iniziativa e senza concordarlo con il resto del gruppo), durante un’esibizione live avesse tirato sul pubblico assorbenti sporchi di vernice rossa, come rivendicazione femminista. Dal punto di vista musicale “Violentami” è praticamente una “cover” di Blitzkrieg Bop dei Ramones: visto il periodo post punk /new wave (siamo nei primi anni ‘80) ai riffoni di chitarra viene aggiunto qualche synth. Il testo è semplice, ma arriva dritto al punto:

Violentami violentami piccolo

violentami violentami sul metrò

Violentami violentami piccolo

violentami violentami sul metrò

Sono appena scappata di casa

voglio fare una storia un po’ strana

prendimi prendimi senza fretta

non ho nessuno che m’aspetta

Fu pubblicata nel primo disco solista di Jo Squillo (“Girl senza paura”), nel quale trovò spazio anche un altro singolo della “Kandeggina Gang”: “Skizzo Skizzo”.

 

2. Bizzarre

È il pezzo che dà il nome al secondo album di Jo: il disco, come si intuisce dal titolo stesso, è più sperimentale e aperto alle sonorità pop. Su vinile “Bizarre” fu pubblicato come “b-side” del singolo “I Love Muchacha”, sottile gioco di parole tra il lesbo e la situazione sentimentale della cantante, che all’epoca stava con il suo produttore Giovanni Muciaccia. Il brano è un divertissement musicale, nel quale si gioca con le possibilità messe a disposizione dall’avvento del campionamento digitale: voci che girano al contrario, abbondanza di suoni non musicali inseriti a tempo nella struttura del pezzo. Che c’entra, direte voi, con l’erotismo un brano prettamente, o quasi, strumentale? C’entra per via della sua copertina, realizzata in stile fotoromanzo/fumetto pruriginoso, poi effettivamente pubblicato su Frigidaire con il titolo “Soft Streams”.

Jo Squillo – I Love muchacha / Bizzarre

 

 

3. Tu non mi cucchi più

Anno 1984: siamo al punto di non ritorno. La Milano da bere ha definitivamente sbronzato la nostra. Che ormai ha introiettato la terminologia anni ‘80 e si esprime come uno yuppie o un paninaro qualsiasi nel suo terzo disco, Terra Magica.

«Star con te è una libidine,

mi prendi un casino, mi prendi di un bene…

mi fiondi sempre all’improvviso,

se non mi gasi, ma se non mi gasi più

tu non mi cucchi più…»

Le rivendicazioni di autonomia e indipendenza femminile non vengono più fatte lanciando Tampax sul pubblico, ma con un testo che sembra scritto a quattro mani da Jerry Calà ed Enzo Braschi.

 

 

4. Me Gusta el Movimento

Qualche tempo fa, il critico musicale Alessandro Portelli scriveva sul Manifesto dello strano rapporto tra i 5Stelle e la musica. Ci hanno provato in molti (Fedez compreso) a scrivere un inno ufficiale del Movimento, ma nessuno è riuscito a produrre alcunché di incisivo. Nel senso, riuscite a canticchiare, ad esempio, «Non sono partito» (l’inno di Fedez, per capirsi) senza ricorrere a YouTube? Crediamo di no. Cosa che invece non succede se si passa ad altre forze politiche, che, musicalmente parlando, sono più immediatamente identificabili rispetto ai 5Stelle: Forza Italia, ha il suo inno scritto ad hoc, a sinistra «comunisti, socialisti, anarchici, gruppettari, non abbiamo fatto altro che cantare da un paio di secoli» scrive ancora Portelli, mentre in casa Lega c’è il Va Pensiero del Nabucco che risuona ogni volta che Salvini o chi per lui raccoglie dell’acqua del Po’ in un’ampolla. Ecco, dal basso della nostra conoscenza musicale vorremmo suggerire a Casaleggio&C di dare un occhio alla discografia di Jo Squillo. Che in tempi non sospetti ha scalato le classifiche con una hit che sembra scritta apposta per i pentastellati. Se si potesse, vorremmo che fosse la rete a decidere se “Me Gusta El Movimento” possa diventare l’inno ufficiale del Movimento. In primis per il testo, che ben si adatta al piglio da rivoluzionari ligi al decoro e alle buone maniere

«Me gusta il movimento che mi dà felicità

balliamo tutti in strada svegliamo la città

lo sento il movimento della felicità»

Manca solo qualche 1 e qualche punto esclamativo e il gioco è fatto, grazie a queste righe che prefigurano un futuro di felicità, a base di reddito di cittadinanza.

In secondo luogo perché proprio la canzone di Jo Squillo, nel 1992, fu protagonista di uno dei più grandi “gombloddi” della storia del Festival: avrebbe sicuramente vinto se non fosse stata esclusa per essere già stata eseguita in pubblico.

Digressione politica a parte, quello che qui interessa è una terza chiave di lettura. Ed è tutta racchiusa nell’alternanza “verse/chorus”. Torniamo per un attimo alle parole citate poco sopra, il “verse”, o il “testo”. Più o meno rappate, ma con poca presa. Quello che acchiappa è il cosiddetto “chorus”, volgarmente detto ritornello. È il tappeto musicale che tiene in piedi l’intero pezzo, nonché la parte che contiene la “ciccia”.

«Se segui con il corpo il tempo

È facile sentirlo dentro…

e non c’è niente che al mondo

mi fa godere cosi’ tanto»

C’è davvero bisogno di spiegarvi cos’è che si sente dentro e fa godere così tanto? Il senso civico e la voglia di cambiare questo Paese, ça va sans dire…

 

5. Ode al reggiseno

Magari è solo una nostra suggestione uditiva, ma se è vero quello che abbiamo sentito, c’è da fare i complimenti a chi ha prodotto il pezzo con cui chiudiamo la nostra playlist. Siamo nel 1994, l’onda lunga della” Golden Age” Hip Hop fa ancora sentire la sua risacca, in questo caso nel brano “Ode al Reggiseno” (contenuto in “2p LA ± xy = (NOI)”. È stato un attimo che abbiamo cominciato ad ascoltarlo e, complice il sound, ma soprattutto il titolo, ci sono venuti in mente i Kriss Kross, il duo di ragazzini che spopolò nel mondo del rap a inizio anni ‘90. Vuoi vedere che c’è una connessione nascosta tra un gruppo che si chiama come un reggiseno e una canzone che lo elogia? Al minuto numero 2.00 ci è sembrato di sentire un campionamento da “Jump” dei Kriss Kross per l’appunto. Per il resto il pezzo è più che trascurabile, un frivolo gioco musicale sul rapporto odio/amore tra le donne e questo accessorio quotidiano.

 

Articolo ideato e realizzato per noi da Alessandro Giannace.

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