E adesso cosa “C@**O” mi mangio?

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Abbiamo preso alla lettera uno dei dubbi che quotidianamente ci affliggono: vi proponiamo una serie di piatti che per forma, nome o sostanza richiamano direttamente organi genitali e affini.

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La “ggente”, di qualsiasi estrazione essa sia, molto spesso dicono (il plurale è voluto) che sono le uniche due cose per cui valga la pena vivere. Sesso e cibo, cibo e sesso, due aspetti indissolubilmente collegati della nostra esistenza. Esistono fior di studiosi (da noi bellamente ignorati) che hanno parlato del loro rapporto, ma basta semplicemente una parola per capire quanto stretto sia questo legame: viscere. Le stesse che si agitano al pensiero di un amplesso infuocato o che si infuocano al passaggio di un cibo particolarmente speziato o piccante. E dunque, cosa c’è di meglio, viste le affinità elettive tra sesso e cibo, di addentare una dolcissima “minna” o dare un avido morso a un cazzillo? Non stiamo parlando di pratiche sessuali (o meglio, non quelle tradizionalmente intese, ma non abbiamo pregiudizi su eventuali “stranezze”) ma più semplicemente di pietanze che per forma, nome o sostanza richiamano direttamente organi genitali e affini. Insomma, in altre parole, vi stiamo dando un bel ricettario di porn food.

 

Cazzilli

Non esistono panelle senza “cazzilli”, amano dire i palermitani. Sappiamo tutti molto bene cosa sono le prime (frittelline di farina di ceci vendute per strada nel capoluogo siciliano), i secondi invece, almeno in senso alimentare sono meno conosciuti. Almeno sotto questo nome: altro non sono che delle crocchette di patate, chiamate così per la loro forma cilindrica e allungata che ricorda un piccolo pene. Sono semplicissimi da preparare, bastano appena tre o quattro ingredienti (patate, sale, pepe nero e prezzemolo. Il pangrattato per la copertura è a discrezione) ma come tutte le cose semplici hanno sotto qualche inghippo. Nell’impasto dei cazzilli non va l’uovo e quindi si rischia lo sfaldamento nell’olio bollente in fase di frittura. Il segreto è scegliere patate con un alto contenuto di amido che faccia da collante. Per evitare inconvenienti, una volta preparato l’impasto, friggete un cazzillo di prova, se non regge la prova frittura, aggiungete amido di mais alla massa di patate schiacciate.

 

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Cazzilli ( foto: agrodolce.it )

Poppa di Scrofa

C’è sicuramente un che di erotico nel mangiare, ma anche una componente che ci riporta alla primissima infanzia. «Mangiar puoi schietta questa poppa: stilla sì fresco il latte dalla sua papilla» diceva il poeta latino Marziale nei suoi Epigrammi. Il gastronomo e cuoco Marco Gavio Apicio (la nostra principale fonte di conoscenza sulla cucina romana) piuttosto che suggere ci suggerisce di cucinare e farcire questa mammella. Lo fa nel settimo tomo del suo De Re Coquinaria, quello che tratta delle “Vivande prelibate”, con la ricetta della Poppa di Scrofa («lessala e infilzala con stecchi, cospargila di sale e mettila in forno o sulla gratella. Trita del pepe, del ligustico, della Salsa, del vino puro e passito. Addensa con l’amido e copri la poppa») o della Poppa Ripiena («trita del pepe, carvi e ricci salati. Riempi e cuoci. Si mangia con salamoia e senape»).
Tra le altre prelibatezze consigliate da Apicio le “Vagine Sterili”, da mangiare con «pepe, seme di sedano, menta secca, radice di laser, miele, aceto e salsa». Ricette assolutamente in linea con il personaggio, dedito allo sfarzo e al lusso, morto suicida quando si accorse che le sue finanze, ristrette da una vita di eccessi, non gli avrebbero permesso di mantenere ancora quel tenore esistenziale.

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Una scrofa durante l’allattamento.

Coglioni di Mulo

«Mi avete preso per un coglione… Ma no, per un eroe!». Divagazione da commedia trash a parte (messa sul foglio di getto, per associazione di pensiero, appena iniziato a scrivere questa voce dell’articolo) la specialità di cui si andrà ora a discettare, i Coglioni di Mulo, è al centro di una disputa. Come del resto lo sono mille altri prodotti tipici italiani. Contesi tra regione e regione, città e città, paese e paese fino ad arrivare alla querelle da pianerottolo. Dibattito sulle origini a parte (a contendersi i saporiti pendagli sono i comuni di Campotosto, in Abruzzo, di Amatrice, nel Lazio e alcuni della Val Nerina in Umbria) quello che conta è sapere cosa sono i Coglioni di Mulo e perché si chiamano così. Sono un insaccato di suino (un salame quindi) dalla forma ovoidale. Ogni singolo salame ricorda una palla di mulo, ma l’affinità con le gonadi mulesche diventa inequivocabile in fase di stagionatura, nella quale i salumi vengono legati a coppie e messi prima ad asciugare davanti a un camino, poi a maturare all’aria fredda di montagna. I Coglioni di Mulo sono ottenuti da carne magra di maiale, macinata finissimamente e insaccata nel budello naturale cucito a mano. Assieme alla carne, nel budello viene inserito un pezzo di lardo aromatizzato intero, che crea al suo interno un’inconfondibile “goccia”.

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Coglioni di mulo (foto: ilsalumiere.it)

 

Minne di Sant’Agata

Sacro e profano, dolcezza e strazio, sessualità e miracoli. Sono gli ingredienti immateriali che rendono così buono e attraente uno dei dolci tipici di Catania. «Minni chini», «Minnuzza di virgini» o più comunemente «Minne di Sant’Agata». Un dolce legato alla vicenda della protettrice della città etnea: nata nel secondo secolo dopo Cristo in una religiosissima famiglia, la piccola Agata decise di donare la propria vita a Dio sin dall’adolescenza, diventando una delle vergini consacrate dal vescovo. Rifiutò pertanto le avance del proconsole Quintiliano, che per vendicarsi la accusò di vilipendio alla religione e la umiliò strappandole i seni con delle pinze. Che, però, rispuntarono miracolosamente a seguito di una visione mistica. Di qui la genesi di queste piccole cassate fatte con farina, burro, zucchero a velo, ripiene di ricotta di pecora, arancia candita e cioccolato fondente. Un dolce “conturbante” che ha scosso anche l’animo di Tomasi di Lampedusa, il quale affida il suo turbamento Principe di Salina ne “Il Gattopardo”: «Come mai il Sant’Uffizio, quando lo poteva, non pensò a proibire questi dolci? I trionfi della gola (la gola, peccato mortale!) le mammelle di Sant’ Agata vendute dai monasteri, divorate dai festaioli. Mah!»

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Minne di Sant’Agata ( foto: gamberorosso.it )

 

Penis Pasta

Nelle nostre vite ci sono poche certezze. Una di queste (almeno per chi scrive) è la “Penis Pasta”. Che siate sul Lago di Como per una vacanza VIP o a Canicattini Bagni per la sagra della ricotta non sfuggirete alla visione di questa prelibatezza per gli occhi, onnipresente sugli scaffali dei negozi di souvenir. Alcune autorevoli ricerche di mercato hanno rivelato una verità sconvolgente su questo speciale formato di pasta: nel 99,99% dei casi viene acquistata per fare un regalo “del cazzo” a un’amica o un amico e risultare simpatici ma nel 100% dei casi non viene mai mangiata da nessuno.

 

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Penis pasta

Articolo ideato e realizzato per noi da Alessandro Giannace.

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