CRACK! Fumetti dirompenti, uno sparo nel deserto – Intervista a Valerio Bindi

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“Quindi il rumore, il suono CRACK!, veniva da Hugo Pratt che ha avuto la geniale idea di prendere l’onomatopea di un ramo che si rompe, perché CRACK! questo è, trasformandolo nel suono di uno sparo nel deserto, un crepitio nel silenzio. Noi decidemmo di fare proprio questo, di sparare nel deserto… non si sentiva più un rumore, più nessuno”. Valerio Bindi

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Foto: Umberto Spider Eternauta ( IG : @spidertrumpet71 )

Roma, quartiere Centocelle, direzione Forte Prenestino, spazio occupato da 32 anni, luogo storico non solo in Italia ma in tutta Europa. Il più grande, il più duraturo, il più vivo. Ritorniamo in questi luoghi ogni anno, a fine Giugno, per un festival che ci è entrato nel cuore, nell’anima. Il CRACK! Festival del fumetto indipendente e dirompente. Il tragitto che ci accompagna fino al forte è accompagnata nella mente dalla canzone dei Klaxon, Centocelle City Rockers, ci da spinta giusta e ci fa superare la stanchezza. Arriviamo di primo pomeriggio carichi e vogliosi di rincontrare vecchi amici, di scoprire nuovi artisti e quest’anno vogliamo farci un regalo, vogliamo farci una chiacchierata con Valerio Bindi, ideatore e organizzatore del CRACK!. Per noi è solo il quarto anno di un festival che vede la luce nel lontano 2005. Vogliamo conoscere tutto, da come e il perchè nasce, dal contesto e dalle difficoltà organizzative, dagli artisti che hanno gravitato intorno al forte durante la quattro giorni del festival in questi anni. Valerio è un fiume in piena, i suoi occhi brillano quando ci racconta delle origini, ma ancora di più quando parla dell’umanità che ha arricchito in maniera unica un festival che non ha eguali per numeri di presenze e longevità in Europa e forse nel mondo. Per questo motivo non ci dilunghiamo oltre, sarebbero parole superflue rispetto al racconto, sincero e sentito di Valerio. Anche quest’anno il CRACK! Ci ha regalato 4 giorni di paradiso, e non vediamo già l’ora di ritornarci. Grazie Valerio, grazie a tutti e tutte le persone che fanno parte dell’organizzazione, grazie a chi ci è venuto a trovare appositamente sapendo della nostra presenza, grazie al Forte, grazie a tutte le anime che lo vivono. Lunga vita al CRACK! Lunga vita al Forte Prenestino!

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Un momento dell’intervista con Valerio Bindi

Domanda. Eccoci qui Valerio, siamo particolarmente contenti di scambiare quattro chicchere con te. Conosci la nostra stima e il nostro affetto non solo nei tuoi riguardi ma per tutto il festival che ci ha accolto sempre in maniera impeccabile. La prima domanda che ti poniamo è sulla prima edizione, del festival. Correva l’anno 2005, come nasce e da chi l’idea di organizzare un festival del fumetto indipendente nello splendido scenario del Forte?
Risposta.La nascita di CRACK! deriva da due cose contemporaneamente.
Da un lato il fatto che noi come Forte negli anni novanta avevamo collaborato con Marco Teatro, con Torazine, con Miguel Angel Martin, con il Prof Bad Trip e con tutta una serie di autori che negli anni ’90 facevano autoproduzioni in Italia. Avevamo iniziato portando a Roma delle edizioni riviste e corrette dell’Happening Internazionale Underground che si svolgeva a Milano. L’ HIU è stato il primo modello di festival indipendente che riguardava l’underground ma mancava una determinazione, credo, che noi invece abbiamo messo alla base del CRACK! festival: l’autoproduzione, cosa che a Roma era parte di un ragionamento profondo fatto nei ’90. E’ successo che nel 2003, persi i fondi che permettevano il suo sostentamento, questo festival milanese non si è più fatto. Quindi improvvisamente in Italia rimaneva il deserto, non c’erano più possibilità di incontro per l’indie/underground e noi decidemmo di colmare questo vuoto prima con un’edizione romana fatta appunto nel 2003, con il nome di Celle Animate e fatta sul modello di quei festival nei sotterranei che avevamo fatto negli anni novanta, e poi dopo un anno di lavoro nel 2005 con un edizione nazionale che chiamammo CRACK!. Nascemmo con l’idea decisiva che la produzione sarebbe stata all’interno del Forte, senza soldi esterni e senza nessun altro appoggio.
Il secondo punto ovviamente ha a che fare con quello che era successo a Genova per il G8. Un grande silenzio si era abbattuto in Italia sui movimenti che erano invece abituati a parlare in lunghe assemblee in cui si incrociavano le diverse anime. Genova e tutto quello che è successo lì ha dato una bastonata che ha zittito tutta questa cosa. Quindi il rumore, il suono CRACK!, veniva da Hugo Pratt che ha avuto la geniale idea di prendere l’onomatopea di un ramo che si rompe, perché CRACK! questo è, trasformandolo nel suono di uno sparo nel deserto, un crepitio nel silenzio. Noi decidemmo di fare proprio questo, di sparare nel deserto… non si sentiva più un rumore, più nessuno. Questo sparo ha richiamato tutta una tribù di autori indipendenti underground prima romana, poi italiana e da subito, dal 2005, c’era anche Zograf una importante presenza come autore dell’Ex-Jugoslavia. Dai Balcani poi si estese a Czentrifuga da Berlino, Milk&Vodka dalla Svizzera, e poi i francesi, a partire dai Dernier Cri, e da lì anche al Nord Europa con gli autori svedesi, gli spagnoli e tutti gli altri. Abbiamo avuto una grossa risposta da subito, nasce così il CRACK! nella sua moltitudine di colori e nazionalità.

 

D.La filosofia del festival è quella sia di dare spazio esclusivamente a editori e artisti indipendenti e rifiutare il copyright a sostegno di pratiche plagiariste e di mash-up. Come nasce questo modo di intendere il festival e perché avete deciso di percorrere questa strada?
R.Non c’era solo quello che ti ho raccontato prima all’origine del CRACK!. L’altro pezzo importante è che io ho fatto parte di tutta quella rete nel Forte che si chiamava Av.A.Na ma che poi in Italia si ritrovava nell’Hackmeeting, cioè tutta una rete di attivisti collegati ai nuovi media, ai nuovi linguaggi, alla rete. Io ho collaborato alle prime edizioni e ho partecipato fino al 2000 in maniera molto attiva a questi incontri. In quegli anni quindi venivo da un’esperienza di condivisione dei saperi, di apertura dei lucchetti imposti alla conoscenza. Non c’era quindi solo lo “sharing”, condividi tutto quello che hai, ma c’era anche l’idea di un “copyleft” ovviamente. Il copyright aperto o il suo annullamento, il diritto di autore come proprietà condivisa dall’autore e il pubblico, l’abbattimento del prezzo come forma imposta e ripensato come forma collaborativa e di dono. I nostri libri non sono mai prezzati, sono un dono a cui chi li prende risponde con un’offerta. Tali offerte confluiscono nella nostra associazione, non sono nostri guadagni. Queste donazioni libere, ci permettono di produrre i nostri libri e promuovere gli autori. Questo lo puoi fare solo se prima di tutto abbatti la proprietà intellettuale perché il copyright non ci permetterebbe di farlo. Invece noi usiamo il “copyleft”, riconoscendo sempre la titolarità dell’opera e lasciando aperte agli autori stessi tutte le opportunità di pubblicare commercialmente le opere. Facciamo delle pubblicazioni a scopo non di lucro e con il vincolo “share alike”, cioè della condivisione allo stesso modo. In sintesi se qualcuno fa un altro libro prendendo quel materiale che noi abbiamo pubblicato, e che è liberamente disponibile in un sito internet, deve fare una pubblicazione con le stesse logiche . Deve dire da dove proviene il materiale e chi ne è l’autore, non imporre il copyright, e ricondividere di nuovo con altri allo stesso modo.

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D.I numeri di presenze che ruotano attorno il festival sono imponenti. Tanti i visitatori e le visitatrici, tanti gli artisti, illustratori, illustratrici e tutta quella marea di persone che sostengono e danno una mano affinché il festival possa riuscire nel miglior modo possibile. Quali sono le difficoltà nell’organizzare un evento del genere?
R.Innanzitutto un evento come CRACK! è unico nel pianeta perché è unico il nostro punto di riferimento: il CSOA Forte Prenestino. Io sono parte della storia di questo luogo dal 1989/1990, proprio nel periodo in cui si faceva la “Pantera” insomma e quindi noi progettisti di immagini che eravamo un po’ dispersi, un po’ anarchici, un po’ cani sciolti fummo accolti da questa prateria affascinante, ai tempi completamente vuota, che era il Forte. Ci mettemmo a pulire prima una sala, che ora è divenuta una palestra, poi ci mettemmo a pulire un’altra che divenne un laboratorio, poi ne aprimmo un altra che ora è l’enoteca. Mano mano ci spostavamo dentro questo spazio pulivamo una parte e qualcuno cominciava ad usarla. Noi facevamo gli architetti, ci piaceva aprire spazi, non abbiamo mai ritenuto di doverci far assegnare uno spazio dal Forte però abbiamo sempre utilizzato tutto lo spazio che potevamo. Questa è la storia del mio gruppo che si chiamava “SCIATTO produzie”. Quindi succede che quando noi abbiamo iniziato a fare CRACK!, il più grande supporto viene dal fatto che esisteva un rapporto umano, di amicizia, di conoscenza, di apertura e fiducia reciproca che si sviluppava in quel momento dentro il Forte. Uno porta un progetto gli altri dicono bello ci crediamo e ora proviamoci. E quel proviamoci è poi diventato facciamolo, continuiamolo a fare, ci fatichiamo sopra perché è una cosa importante. Il Forte ha veramente abbracciato questo progetto nel modo più bello non solo producendolo economicamente, mettendoci il lavoro la fatica del farlo, ma proprio sostenendone la filosofia, l’idea di fondo, il modo di essere di questo festival. E questo da occupante del Forte è un regalo bellissimo che i compagni hanno fatto a noi come organizzatori. E questo fa si che tutta l’organizzazione, che è una follia in realtà, non sia così tanto folle, perché ci sono cose che compaiono, che vengono fatte senza nemmeno che uno si renda conto bene chi le ha fatte, ognuno mette un piccolo pezzettino. C’è tutta una parte logistica che noi gestiamo tramite mail sostanzialmente. Organizzare le richieste, sia di mostre che di spazio o necessità varie, o modi per far dormire qui tutta questa gente. Ma questo è solo una metà, c’è tutto l’hardware, tutta la parte concreta che viene poi fatta. In più sono anni che ci avvaliamo del supporto di una ONG, in queste edizioni è Lunaria, che porta al Forte un gruppo di volontari del servizio civile. Volontari che non si risparmiamo durante i giorni del festival e ci aiutano a tenere in ordine, a ripulire tutto quello che si crea di sabbia nei meccanismi. Questi volontari sanno che cos’è CRACK! e scelgono di partecipare a questo evento in maniera attiva.

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La cella di Tony Cheung

D.In tre edizioni a cui abbiamo partecipato, siamo veramente impazziti per le tante cose belle da vedere. Immaginiamo tu in tredici. Se dovessi fare una top five dei tuoi illustratori o illustratrici preferiti chi sceglieresti e perché?
R.Difficilissimo rispondere a una domanda del genere. Abbiamo 4/500 artisti ogni anno. Non ce n’è uno che preferisco, ognuno porta una storia. Il punto è profondamente umano. Ci sono tanti caratteri, tanti modi di essere, quindi più che scegliere degli artisti potrei raccontarti delle storie umane che questo festival ha aperto e ospitato. E sono così tante che mi si affastellano nella mente. Per esempio Sebastian Borckenhaghen, un ragazzo sudafricano il quale ha partecipato a diverse edizioni di questo festival e ad un certo punto è ripartito, è tornato in Sud Africa. La prima edizione lo ha fatto esplodere. Lui è arrivato con dei fumetti e ha buttato tutto quello che aveva portato. Ha ricominciato da zero e da lì è diventato un grandissimo artista, adesso ha ritrovato le sue radici sudafricane nel suo disegno, lavora in una maniera estremamente poetica. Ma la cosa che più mi ricordo è una sua lettera che mi scrisse un giorno x dell’anno dicendomi “Sai Valerio, ti scrivo questa lettera perché non saprei a chi scriverla, non saprei come raccontarla questa storia…” e mi raccontò la sua storia personale, di vita, di un lutto che aveva avuto. L’ha condivisa con me. Come un fratello. Questa cosa, ecco, questi rapporti non sono solo quello che si scambia nei quattro giorni del festival, ma rapporti che si portano avanti per tutta la vita. Una cosa forte e di storie così umane ce ne sono tante, come quelle di Craoman, un artista che ha vissuto con me tante volte, oppure Tony Cheung, che cerca un modo per muoversi in Europa tramite le lenti del CRACK!, vista la diversità della sua cultura rispetto a quella occidentale. Mi usa come prima lente per interpretare e capire alcune cose. Ecco questa cosa di essere usato, attraversato, partecipe non di un evento ma proprio di un rapporto di vita, è il regalo più grosso che questo festival mi ha fatto. Mi sono innamorato di una queste questi artisti, Bambi Kramer, c’ho fatto un figlio, che ti devo dire, io mi sono innamorato di questo festival, per me è un atto di amore, una cosa che attraversa la mia vita a tanti livelli. Ci sono alcuni artisti di cui sono proprio innamorato umanamente, e sono tanti. Con gli spagnoli, i sud americani, con ognuno di loro riesci a costruire un fortissimo rapporto personale, noi ci vediamo anche durante l’anno in giro per il mondo oppure se vengono a Roma. E’ questa la cosa più forte che c’è. Da Jessica, Carles, Martin di Tenderete… lui per esempio ha aperto anche una connessione tra CRACK! e un istituzione come l’Accademia di Spagna e ora c’è un rapporto di stima e amicizia con la direttrice: così molti artisti vengono qui dall’istituto e molti artisti di CRACK! vanno in Accademia di Spagna. Questo è un mondo. Poi c’è il mondo del Nord, le mille volte che è venuto Markus Nyblom qui, e Joakim Pirinen, uno dei maestri del fumetto europeo, ispiratore di tutto l’underground europeo, quello che ha inventato uno stile che ha condizionato, anzi tanti stili che hanno condizionato la narrazione europea. Tutto il gruppo balcanico, anche lì, un gruppo di un umanità devastante, con cui i rapporti sono di amicizia, di amore, di affetto, di litigate come tra fratelli, di abbracci con questi giganti serbi, con le spalle grosse che si ubriacano e ti abbracciano e ti baciamo come dei fratelli e delle sorelle. Questo è il mio racconto di CRACK! è un racconto prevalentemente umano. Io un giorno vorrei avere modo di scriverle queste storie, di descrivere un pianeta underground che soltanto in questi anni è stato così in Europa, non c’era prima e da quando è nato sta cambiando il modo di fare fumetto e di fare rete.

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La cella di Rurru Mipannochia

D.Valerio, ci conosci e hai avuto modo di seguire i nostri progetti, sai quindi l’attenzione che dedichiamo all’arte erotica ma sono solo. Una cosa che non è mai mancata in questi anni in cui abbiamo frequentato il festival è proprio la presenza di illustrazioni erotiche o comunque con un attenzione alla sessualità, al corpo. Ci piacerebbe sapere un tuo parere sul perché tanti giovani illustratori e illustratrici scelgono proprio questi temi per i loro lavori.
R.Quando parlo di underground io non mi riferisco mai a uno stile, non penso mai che essere underground è disegnare o raccontare le storie in un certo modo. Essere underground è una cosa che riguarda il corpo. I primi pittori underground erano i pittori che disegnavano i corpi, le forme, delle donne barbute, dei fenomeni da baraccone sui carrozzoni dei circhi americani. Questo me lo ha insegnato Bad Trip. Quelli che facevano “Freaks”. Quindi l’underground è una questione che ha a che fare con il corpo, inoltre considera che la media del lavoro di un disegnatore lo porta a fare cinque, sei, sette ore seduto a un tavolino da solo, spesse volte nottate a disegnare. Ha una vita ascetica per certi versi, monacale direi. Quindi l’esplosione di un festival porta i corpi a reincontrarsi, a rimettersi in vita insieme, le nottate passate insieme, dormire insieme, trombare, innamorarsi. C’è una esplosione sensuale dentro CRACK!, ma perché poi chi porta l’underground porta il corpo nell’underground. Poi che ti devo dire, io ho lavorato per tanti anni in una rivista di fumetti degli anni ’90 che era “Blue”, una rivista che parlava di sessualità. Io credo che siano gli argomenti centrali nella ricomposizione della società: il genere, la sessualità, il rapporto con il corpo, il rifiutare il sistema di una sessualità binaria…. c’è una toppa, una patch, che girava al CRACK! che dice “binarism is for computer”, solo ai computer interessa lo zero e l’uno, no? Noi siamo per tutte le sfumature tra l’uno e l’altro, in questa scala si muove CRACK!. C’è un disegno di Jessica Espinoza che diceva che per fare una cosa del genere ci vogliono due doti: Una la “lucidez” , cioè la lucidità, la decisione affilata di fare le cose faticando il massimo possibile pur realizzare l’obbiettivo. La seconda è la “luxuria”, se non c’è piacere “l’investimento libidinale” che dicevano i situazionisti… se non provo piacere fisico in questa cosa io non posso farla perché è troppo faticosa, quindi è ovvio che è una cosa che richiama il tuo corpo, il tuo modo di godere, di stare nel mondo in tutti i sensi.

 

D.Sempre attuali i tempi di ogni edizione del CRACK!, quest’anno infatti avete scelto 400. Vuoi spiegarci tu a cosa si riferisce e perché lo avete scelto come tema?
R.Il tema di quest’anno era 400. L’edizione dello scorso anno è stata un edizione limite del modo di fare CRACK! che non ci corrispondeva più per la forma che stava prendendo, stavano sfuggendo alcuni punti cardine riguardo le cose che ci siamo detti fino ad adesso. Quindi la prima decisione è stata di trovare una nuova trilogia che desse un senso profondo e che portasse ad esprimere più consapevolmente la parte politica di fare CRACK!, un lato che comunque è stato sempre presente ma che in qualche modo andava ribadito. La scelta di questo tema, che è la decolonizzazione, parte proprio dagli autori della parte del mondo che ha subito la colonizzazione, che ha subito il razzismo. Dall’America Latina, l’Africa, l’India, quello è il mondo razializzato e colonizzato. Proprio gli artisti che vengono al CRACK! appartenenti a questo mondo mi hanno detto” Questi sono i temi Valerio, dobbiamo affrontarli”. E quindi CRACK!, che è fatto dagli artisti, farà tre edizioni ispirandosi a Frantz Fanon e quindi quest’anno il centro è il corpo dell’uomo e della donna razializzato e colonizzato. Il prossimo anno sarà lo spazio e tra tre anni, se potremmo farlo ancora ovviamente e se questo mondo sarà ancora accogliente per noi, sarà sulla memoria, la mente, sul lavoro che c’è di colonizzazione e di razializzazione del genere, della memoria, della forma di vita vera e propria, del racconto, dello story-telling della propria vita. Un’altra cosa cui stiamo pensando è di lavorare con Forensic Architecture e con tutti questi istituti che stanno lavorando per ricostruire dal punto di vista legale l’andamento di alcune particolari situazioni che sono avvenute nel corso della storia in alcuni specifici posti. Immagina le discussioni che ci possono essere su un possibile ripescaggio in mare di un barcone di immigrati, se la nave è in acqua italiana, o libica, se deve intervenire uno o l’altro. Quando si ricostruisce la posizione del barcone con le coordinate satellitari si può dare una risposta certa, lo stesso si può fare con gli spazi dei coloni israeliani in Palestina.
Questi i tre temi per riprenderci linguaggio, spazio, testa, corpo che una politica colonialista hanno rapinato. Ritornando al primo tema, quello di quest’anno, il corpo e quindi la schiavitù. L’Italia ha finanziato la rimessa in funzione di alcune motovedette della guardia costiera libica usando il fondo per la collaborazione e lo sviluppo dell’Africa: invece di prendere questi soldi per creare delle start-up (il famoso “aiutiamoli a casa loro” tanto sbandierato). Insomma esiste un fondo che avrebbe sostenuto una nuova economia nord-africana e i nostri governanti hanno pensato invece di utilizzarli per potenziare la militarizzazione delle guardie costiere le quali adesso con più facilità recuperano corpi e hanno aperto un mercato di schiavi a Tripoli, un fiorente mercato in cui con 400 dollari puoi acquistare un uomo. Questa edizione è stata molto sentita per questo tema. Il pubblico questa cosa l’ha recepita con molta evidenza, tanto da riempire le celle e tutti gli spazi del Forte in questi quattro giorni.

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Foto: Umberto Spider Eternauta ( IG : @spidertrumpet71 )

D.Il CRACK! non vive solo questi 4 giorni di Giugno ma ha un respiro profondo che trova aria in diversi festival del fumetto. A quali di questi avete partecipato negli ultimi anni?
R.Il CRACK! considera che è stato il prima festival europeo a interpretare questa necessità di fare network nell’underground del fumetto e da li in poi sono tanti festival in Europa che sono tutti correlati in una rete che si chiama Nuevo Frente Popular Para Liberacion Grafica che è un nome informale che noi diamo a questa cosa. Noi giriamo e presenziamo in tutti questi festival, da quelli italiani Ca.Co., Zapp!, Afa, Borda, Ué, Olè, Ratatà e europei come Tenderete, Gutter Fest, Alt Com e molti altri. Noi cerchiamo di esserci quanto più possibile.

 

D.Non potevamo non porti una domanda anche sugli spazi della capitale visto che il CRACK! si svolge nel più antico e grande luogo occupato d’Europa. Molti spazi anche storici hanno subito sgomberi. Citiamo come esempio l’Angelo Mai che ha rischiato di essere sgomberato proprio qualche settimane fa. Che aria si respira a Roma riguardo questi spazi vitali per la comunità?
R.Il forte è uno spazio occupato dal 1986, siamo a 32 anni di occupazione e sono ancora però inferiori di molto ai 40 di inagibilità di questo posto. Dal periodo della fine della guerra al 1986, per 40 anni questo spazio è rimasto vuoto, inabitato, trasformato in discarica con le bombe lasciate inesplose dai nazisti che hanno fatto esplodere dita e mani ai ragazzini del quartiere che venivano a giocare qui dentro. Quindi penso che questo posto abbia liberato un grandissimo serbatoio utilizzato in maniera molto intelligente dagli occupanti, un grandissimo serbatoio di cultura in questa città. Penso che non ci sia un istituzione urbana cittadina che possa vantare un analoga quantità di progetti culturali e festival. Noi abbiamo fatto in questi 30 anni almeno 40 progetti di festival diversi di cui molti con molte edizioni. Si tratta di una cascata culturale che ha cambiato questa città, cambiando profondamente le abitudine dei giovani tanto che Centocelle da quartiere operaio è diventato un quartiere di tribù giovanili. Quindi penso che il ruolo dei centri sociali sia fondamentale in ogni metropoli, in ogni città. Proprio perché forma una visione del presente e del futuro che soddisfa i bisogni delle generazione più giovani che vengono sempre utilizzate come carne da macello dal capitale. Ovviamente tutti questi posti sono in difficoltà, in pericolo. C’è una battuta che mi hanno fatto in uno di questi festival quando un ragazzo sfogliando questo libro che abbiamo fatto sul Forte che si chiama Fortropia guardando la mappa del Forte che c’è dentro mi ha detto “Sai immagino sempre che piano piano ci toglieranno tutto. Ci toglieranno gli spazi a Milano, gli spazi a Bologna, gli spazi a Firenze, nel sud Italia, a Napoli. E noi ci troveremo tutti insieme per l’ultima battaglia, tutti insieme al Forte Prenestino”. Io non credo e non penso che finirà così, è un network così forte che per quanti te ne possano togliere, sempre ne riacquisteremo. Pero’ l’idea di questa lotta con Mordor, fatto con questo network di scellerati, di ignudi, di persone senza armi, armati di pennelli, disegni, di grandi festoni, di pupazzi alti sei metri, ecco è un idea che comunque mi commuove. M’immagino una battaglia veramente senza armi in cui sarei orgoglioso di essere.

 

D.Valerio sei, come sempre, stato super gentile. Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato e per come ci hai accolto in questa edizione di CRACK! 2018. Ci diamo appuntamento per la prossima edizione e ti salutiamo con un ultima domanda. Cosa ti auguri per il festival per questa edizione e per i prossimi anni?
R.CRACK! è un festival molto delicato perché non è un meccanismo a orologeria è una cosa sempre inaspettata, quindi mi auguro che ci sorprenda.

 

Contatti
Sito: crack.forteprenestino.net
Facebook: @Crackfestival
Instagram: crack_festival

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