Il ghiaino – Andrea Amoroso

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Il ghiaino
di Andrea Amoroso


D’estate, la prima cosa che guardo di una donna sono i piedi. D’inverno, la prima cosa che guardo di una donna sono le sue calzature, per cercare di indovinare che piedi nascondono. D’estate, una delle mie mete preferite è Palazzo Barberini; mi confondo con i visitatori e sosto per ore nel giardino davanti al palazzo a osservare i piedi delle visitatrici del museo. A dire la verità non mi limito soltanto a guardare. Ho comprato una macchina fotografica compatta che tengo al collo in quelle occasioni, in tasca ho un pulsante per scattare a distanza. Ho costruito un piccolo telaio per la macchina, in modo che abbia l’angolazione giusta. Mi aggiro noncurante e scatto, scatto migliaia di foto a migliaia di piedi femminili. Una mattina molto calda di maggio avvistai un’adolescente che indossava degli shorts di jeans e una t-shirt che lasciava parzialmente scoperta la pancia; aveva i capelli, biondi e mossi, raccolti in una coda alta. Il viso era aggraziato, aveva la dolcezza dei visi delle madonne del primo Rinascimento, eppure si imbronciava e assumeva una certa malizia quando la sua attenzione veniva catturata da qualcosa. Se controllava il cellulare, se leggeva una locandina, se faceva attenzione ai suoi piedi. Sì, perché a un certo punto doveva esserle andato del ghiaino sotto il piede e rifece quella sua espressione nell’atto di toglierselo aggrappandosi a un albero. Poi alzò la testa e mi vide, io naturalmente avevo già scattato, non mi ero lasciato sfuggire l’occasione del ghiaino, tanto più che aveva dei sandali con le allacciature dorate e un po’ di tacco. 

Lo smalto era vinaccia, un colore insolito per una di quell’età. Si avvicinò mantenendo lo sguardo fisso su di me e sulla mia macchina fotografica.
«Buongiorno», disse guardandomi con sfrontatezza negli occhi.
«Buongiorno».
«Lei è un fotografo?».
«Be’, diciamo che mi piace scattare foto».
«Che genere di foto?».
«Di qualsiasi tipo, quello che capita. Volti, paesaggi, palazzi, interni… ».
«Nudi?»
«Cosa?».
«Fa foto di nudi?»
«Io… no… cioè, non mi è mai capitato…».
Mi spiegò che aveva bisogno di alcune foto, che non aveva un buon rapporto con il proprio corpo, a volte si sentiva di avere qualcosa di sporco; non si era mai fatta spogliare da nessuno, non voleva che la guardassero.
«Mi aiuti a venirne fuori, sono disperata».
«A me veramente sembra che tu sia molto disinvolta, non capisco».
«No, non lo sono, faccio finta. La prego, mi chiami, ora devo scappare», mi disse porgendomi un pezzo di carta con un numero scritto a mano, poi prese il cancello del palazzo in tutta fretta e si allontanò con passo deciso verso le Quattro Fontane. Mi sembrava ancora di sentire il rumore dei suoi tacchi.
Aspettai un giorno, due giorni… guardai e riguardai tutte le foto scattate quella mattina. I momenti notevoli non erano più di tre. Una mamma sulla quarantina con una figlioletta di tre o quattro anni, scarpe nere decolleté e polpacci torniti da runner, si era chinata per sistemare la gonnellina della bimba. La seconda era evidentemente una studentessa, sui ventitré anni, indossava sandali bassi di vernice con una striscia di cuoio che fasciava le dita e un’altra a cingere la caviglia. Ma niente era comparabile a quell’adolescente in fiore che si toglieva il sassolino dai sandali color oro allacciati a incrocio sullo stinco; il tacco doveva essere di almeno sette centimetri. Il suo era più di un piede, era la conclusione adorabile di una gamba di porcellana appena rosata.

Il terzo giorno la chiamai, dal telefono sembrava felicissima, ci accordammo per quel pomeriggio a casa mia.
«Va bene, ma… i tuoi lo sanno?», mi scappò prima di chiudere.
«Non si preoccupi professore, i miei non esistono».
Arrivò puntualissima, con un filo di trucco in più rispetto al primo incontro, stessi sandali, una gonnellina nera a pieghe e una camicetta bianca.
«Perché mi hai chiamato professore?».
«Non ricorda nulla, nemmeno ora? Le scarpe erano diverse, ma per il resto vestivamo così».
«Io… ma… non so, ci conosciamo?».
«Ero nella sua classe, sono passati quattro anni ormai, io ero la più timida, quando c’era lei poi… Io ero sempre molto in imbarazzo davanti a lei, non se lo ricorda? Mi diceva sempre che ero intelligente ma che dovevo essere più sicura di me, davvero il mio viso non le dice nulla?».
«Adesso… forse…», balbettai.
«Si ricorda di quella volta che mi chiamò per essere interrogata? Io… mi sentivo brutta, ero brutta, lei mi fissò per tutto il tempo i piedi e io da allora diventai persino più insicura, non volevo togliermi le scarpe davanti ad estranei, nemmeno davanti alle mie amiche, nemmeno al mare, era diventata una malattia. Mi ha fissato i piedi per dieci minuti, si ricorda? Quando tornati a casa mi misi a piangere come una scema, non capivo, stava succedendo qualcosa dentro di me. Mi buttai a letto e pensai a quel suo sguardo. Io adesso ho capito, solo adesso ho capito davvero, quando l’ho vista fotografarmi quel giorno. Ho alzato lo sguardo e l’ho subito riconosciuta, sapevo che lei non mi avrebbe riconosciuta, sono passati troppi anni e sono cambiata troppo. Io… voglio smettere di avere paura del mio corpo».
Mentre diceva queste parole si sfilò in un attimo la gonna, e iniziò a sbottonarsi la camicetta.
«Io voglio che lei rimedi, voglio che lo faccia adesso; guardi il mio piede, il sangue di quella mattina si vede ancora. Me lo faccia guarire, la prego, me lo lecchi, lecchi il mio piede se le piace così tanto. Lo guarisca una volta per tutte e mi insegni che cos’è un orgasmo. Adesso ho capito cosa mi turbò così tanto, adesso ricordo l’immagine dei suoi pantaloni gonfi di desiderio. È arrivato il mio momento ora, mi faccia sentire il brivido di quella interrogazione e faccia quello che aspetto da allora».

 

© Titti La Tiz

Titti La Tiz aka 0TLF

Nata appena 2 giorni fa, ha già raccolto qualche consenso e una laurea alle Belle Arti Bolognesi! Che fenomena!
Collabora e lavora Anima e soprattutto Corpo.. con Terapixel Grafica – Massoneria Creativa – Serendippo Uno Bologna.
La sua presenza in Molte mostre collettive su territorio italiano e una mostra personale dedicata alla materia ferita presso la Galleria Melting Pot vetrina d’arte a Bologna. Anche eventi come il CRACK fumetti dirompenti 2017 a Roma e le strade del nord italia non si sono salvate dal suo intervento!

Andrea Amoroso
Nel 2010 ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Scienze letterarie: retorica e tecniche dell’interpretazione presso l’Università della Calabria. A tutto il 2015 ha collaborato con la cattedra di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università della Calabria.
Ha pubblicato tre raccolte poetiche: E pur nella rosa persiste… (Manni, 2005), L’ora prima del giorno (Kolibris, 2012), Luoghi fatui (Robin, 2015). La sua quarta raccolta, dal titolo Senza sonno, uscirà nel 2018 per l’editore Oèdipus. Sue poesie sono comparse sulle riviste Capoverso, PiGreco, l’immaginazione. È tra i fondatori della rivista online zetaesse *digestioni critiche (zetaesse.org) della quale è redattore.
Sta completando il libretto per Anita di Laguna, opera in un atto e cinque scene del compositore Luigi Porto. Nel 2018 pubblicherà per la casa editrice Mimesis uno studio su tre poeti del secondo Novecento italiano: Amelia Rosselli, Lorenzo Calogero e Bartolo Cattafi.

Contatti:
Instagram: instagram.com/terapixel_otlf
Facebook: facebook.com/TittiLaTiz

La rubrica senza filtri è a cura di T-Squirt con la necessaria e preziosa collaborazione di Elena Giorgiana Mirabelli , redattrice e responsabile progetti di Arcadia book&service.

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