L’eterno ritornare di una passione mai sopita – Intervista a Dario Duluoz

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“Lavoravo a Berlino come aiuto pizzaiolo a quel tempo e le relazioni che avuto con due ragazzi laggiù e gli amici che avevo attorno a me mi hanno aiutato molto e incitato molto a portare avanti il mio lato “disegnatore”, se si può chiamare così in italiano corretto”. Dario Duluoz

© Dario Duluoz

 

Intervistare Dario Duluoz è un viaggio, ma non di sola andata. No, con lui si parte, si arriva lontano per poi ritornare. Alle origini. Dario ha la passione per il fumetto già da bambino, la matita è il mezzo con cui riesce a dar vita alle sue fantasiose idee. Poi una pausa, quelle a cui molti di noi andiamo incontro nel periodo adolescenziale, parentesi incerta nella vita di molti. Decidi di laurearsi in lingue e letterature straniere moderne a Bologna, per poi “emigrare” alla volta di Berlino. Qui inizia a lavorare come aiuto pizzaiolo, e tra una margherita e una marinara, la passione per il disegno ritorna prepotentemente a farsi sentire, anche grazie al prezioso incitamento di quelli che furono i suoi due ragazzi dell’epoca berlinese. Il suo viaggio però non finisce qui. C’è ancora il tempo per un’esperienza americana, New Jersey, prima di far ritorno nella sua Roma. Perchè come ricorda Dario, per dirla alla Kerouac (o meglio ancora, per dirla come Neffa) “direi che ogni viaggio e ogni partenza ha un senso solo con un ritorno”. Qui inizia le collaborazioni con il Trauma Studio in occasione di alcune manifestazioni come il Rave Letterario e Pigneto Città Aperta, poi collabora con LaRoboterie, Tropicantesimo e Pescheria, e con gran parte degli spazi sociali e realtà sociali, occupate e non di Roma. Questo suo percorso, le sue opere, i manifesti con i suoi disegni affissi sui muri delle città non potevano passare inosservati. Nasce così la collaborazione con l’Espresso, e questa è storia di oggi. Ora lasciamo spazio alla matita e alle parole di Dario Duluoz, buona lettura.

© Dario Duluoz – Murales Communia. 

Domanda.Dario, grazie mille per averci dedicato un po’ del tuo tempo. Prima domanda, quando è nata in te la passione per il disegno?
Risposta.Grazie a voi! E prego. Allora, la passione per il fumetto è iniziata da subito, da quando son bambino – poi ho avuto una diciamo “pausa adolescenziale”, e messo via la matita, per rimettermi a disegnare soltanto molto più in là verso la fine della mia carriera universitaria (ho una laurea triennale in lingue e letterature straniere moderne, all’università di Bologna, conseguita con un anno di ritardo). Mentre l’idea e passione di rendere il disegno un lavoro mi è venuta ancora più in la, verso i 26 anni. Lavoravo a Berlino come aiuto pizzaiolo a quel tempo e le relazioni che avuto con due ragazzi laggiù e gli amici che avevo attorno a me mi hanno aiutato molto e incitato molto a portare avanti il mio lato “disegnatore”, se si può chiamare così in italiano corretto.

 

D.Domanda, che avremmo voluto chiederti da tempo. Duluoz è il tuo vero cognome o un omaggio a Kerouac?
R.Questa è la domanda più difficile che mi sia mai stata fatta! Ci devo riflettere.

© Dario Duluoz

D.Roma, Bologna, poi Berlino , New Jersey e ora di nuovo Roma. Il cerchio si è chiuso o non si chiuderà mai?
R. Ad essere onesti, non ne ho idea. Per dirla come il mio omonimo Kerouac (e, meglio ancora, per dirla come Neffa), direi che ogni viaggio e ogni partenza ha un senso solo con un ritorno. Sono passato dall’essere (come mi ricordi tu) un fan delle partenze e dei viaggi, durante la mia adolescenza e fino ai 27 anni, al divenire un amante dell’Eterno Ritornare (Nitzchiano e non) durante la mia età (un poco più) matura.

 

D.Nella tua pagina facebook citi Grant Morrison, fumettista scozzese appartenente alla scena New Wave degli scrittori di fumetti britannici degli anni ottanta e novanta. Praticamente un istituzione del fumetto. Ti ha ispirato in qualche modo o è solo stima la tua nei suoi confronti?
R.Anzitutto permettetemi di ringraziarvi, mi piace un sacco sentirlo chiamare “istituzione”.
Cioè, lo è, e lo sappiamo tutti noi che lo leggiamo e lo abbiam letto e amato, soltanto che negli anni in cui lo lessi io per la prima volta, negli anni in cui mi ha formato (primi anni 2000 “The invisibles” etc) , era più che altro un outsider, un fuori classe, e oltre ad essere molto amato era anche molto odiato, sopratutto negli Stati Uniti – o almeno lo era là nei luoghi in cui ne ho fatta esperienza diretta. Per dire, le istituzioni a quel tempo erano altre, almeno in USA. Quindi mi fa davvero piacere sentirlo chiamare Istituzione, ora e qui. Lo è. Per me è parte della mia formazione, tanto quanto lo è Kerouac in letteratura o, ad esempio, Nichiren Daishonin nelle mie scelte di spiritualità. Comunque, per risponderti, oltre che dettati da ispirazione o stima, i miei riferimenti a Morrison, che ho sparsi qua e là un po’ dappertutto, sono una vera e propria dichiarazione d’amore nei suoi confronti, oltre che essere ovviamente e sopratutto da parte mia una dichiarazione (se mi si passa il termine) Politica. Nel senso che Morrison a parer mio dovrebbe essere studiato a scuola e The Invisibles usato come libro di testo. Tanto quanto dovrebbero esserlo alcuni testi della Beat Generation, o di Ikeda, per quel che mi riguarda. “Scrivo questo pezzo perchè il vostro sistema educativo va aggiornato..” come diceva Morrison (a parole mie) in uno dei suoi fumetti.

© Dario Duluoz – “War” per L’Espresso

D.Sei diventato illustratore fumettista per L’Espresso. Quando e come è stato il tuo approdo in questa storica rivista italiana?
R.Devo questo “salto quantico” e tutto quel che ne è conseguito, al lavoro svolto a Roma negli ultimi 2 anni, alle collaborazioni con il Trauma Studio in occasione di alcune manifestazioni artistiche romane per me fondanti come il Rave Letterario e Pigneto Città Aperta, alla LaRoboterie, e alle arti del Tropicantesimo e della Pescheria, e a gran parte degli spazi sociali e realtà sociali, occupate e non, musicate sempre,e alle genti… di Roma. Sono caduto sotto gli occhi del L’Espresso grazie alla visibilità datami dai lavori svolti in quel periodo, tra Forte Prenestino, Communia e Pigneto – in primis (mi hanno detto in redazione tempo dopo) sono state la locandina che feci per il Rave Letterario di due anni fa, affissa in tutta Roma, e un live painting gigante fatto a Communia con LaRoboterie nel 2015 che hanno attirato l’attenzione del giornale, al tempo alla ricerca di ritrattisti. Ovviamente per me è un grande Onore con la O grande, e una responsabilità, venire pubblicato tra le pagine di quel giornale, che adoro e rispetto da sempre. E sto dando il massimo e facendo il massimo per riuscire a ripagarla al meglio, questa opportunità, tenendo alto lo standard, al massimo delle mie possibilità. Ci tengo molto. E in più adoro le redazioni e i giornalisti. Per me che sono cresciuto a pane e Clark Kent è davvero il massimo. Daily Planet style:) <3.

© Dario Duluoz – “Punk” per L’Espresso.

D.Ci sono dei soggetti o dei temi che ami particolarmente disegnare?
R.Allora si e no. Le mie tematiche o soggetti preferiti in assoluto erano e restano le città, gli ambienti urbani. Ho imparato la prospettiva da autodidatta e disegnando strade e palazzi dal vero, a Londra. Avrei potuto disegnarli per anni senza aggiungere esseri umani perché le città mi sembrano già vive di loro, esseri umani viventi complessi di memoria collettiva. E ognuna ha il suo carattere, e ogni quartiere anche!
Ma amo anche sketchata layouts, o lavorare ad una bella sceneggiatura appena arrivata da qualche scrittore, e anche ultimamente sto scoprendo il piacere e le gioie senza fine del far ritratti.
Direi comunque che godo qualsiasi cosa disegno, è vero, e questa è una cosa che sto scoprendo da poco, provare gioia o vera goduria nel disegnare le cose più assurde o comunque che mai avrei pensato o immaginato potessero portarmi piacere. Per dire, che sia un Renzi in armatura medievale o un albero con gli occhi a forbice che lancia razzi, è il disegnare in se che mi gusta. E mi piace oltremodo anche, ma questo l’ho scoperto e ne sono consapevole da anni, disegnare e muovermi all’interno di direttive editoriali, o di sceneggiatura che siano.
Infatti per dirla come mi hanno insegnato giù a Dover, mi sento un Disegnatore o Artista, Commerciale. Qui da noi la parola ha un che di strano, specialmente per gente che proviene dai posti da cui provengo, ma in America é diverso.
Ci stanno le “Fine Arts”, e i “fine artists”, l’arte perchè è bella, e poi ci stanno i “commercial artists”, l’arte per mangiare, e tante categorie di disegnatore (comprese molte di cui faccio parte) cadono all interno di questa definizione. . Io sono un “commercial artist”, e ho studiato in una scuola da “commercial artists”, sono un artista commerciale e ho scelto questo lavoro perché mi piace disegnar, “period”.
Poi il mio sogno quando studiavo queste cose alla Kubert, era quello un giorno di poter riuscire a unire la “commercialata” dell’arte commerciale più greve e anche blockbuster alla “Qualità”, “finezza”, delle Belle Arti, comunque sempre portandomi dietro e mettendoci dentro Sincerità, Onestà, e un certo grado di personalismo, anche nelle commissioni più lontane da me. Cerco sempre di mangiare e ingerirle e farle mie, the cannibal way.

 

D.Qualche mese fa abbiamo avuto il piacere di intervistare Luca Modesti dell’associazione Conigli Bianchi, in occasione di una mostra tenutasi a Roma. L’associazione, ricordiamo, impegnata a combattere la sierofobia e attenta alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmettibili. Nella mostra è stato esposto anche un tuo lavoro. Cosa ci racconti di questa esperienza?
R.E’ stata un esperienza grandiosa, anche solo per l’amore e affetto ricevuti in quell’occasione da parte di tutti e tutto. E’ stata un esperienza per me davvero di grande incoraggiamento. Come sieropositivo ho sempre vissuto da subito nell’ottica “biancoconiglia” – anche da prima di diventare parte (la settima parte!) del collettivo. Mi hanno acciuffato per le orecchie proprio per quello credo. Per ora siamo sette artivisti bianconigli effettivi. Personalmente punto a raggiungere quota 7miliardi (di attivisti), ma credo che Luca mi Licenzierebbe se mi sentisse:) o forse no. Ad ogni modo – e ci tengo a specificarlo – come direbbero i noti X-men di New York, che qui saluto, non serve avere il gene X dell’HIV per dare una mano a rendere il mondoCondom un posto più vivibile per tutti (Millar docet). O per far parte dei conigli bianchi. Almeno credo, eh…

© Dario Duluoz per “Conigli Bianchi”

D.Della scena romana non ti fai mancare nulla. Collabori con LaRoboterie, Tropicantesimo e poi Trauma Studio. Senza dimenticare la tua presenza negli spazi occupati romani. Tra tutte queste realtà, dove ti senti più a casa?
R.Posso risponderti così (?). In generale, in Europa e in tutto il mondo occidentale. Questa è la mia casa.

D.Sei vicino ai collettivi LGBTQ romani, a che punto è secondo te la libertà sessuale nella capitale e più in generale in italia?
R.Per questa risposta rimanderei volentieri a chi Ne sa più di me. Di specifico, mi rivolgerei al collettivo Degender di Communia (c’è ne è una a Roma, ma ci sono varie Communia in varie città, quindi basta orientarsi a partire da qui: Communianet.org). Molto di quello che so o che ho imparato sullo stato della nazione lgbtq lo ho ascoltato o imparato dalle genti di quel luogo, attraverso la chiacchera, la lettura, la comunicazione, lo studio, anche il confronto serrato o la lite. Quel che so e che ho “intuito” sulla questione della libertà sessuale (di ieri e di domani e) lo devo alle genti che frequentano quei luoghi, e anche all’aver avuto la fortuna di assistere al confronto scontro tra diverse opinioni e idee all’interno di quello stesso “network” lgbtq di cui mi chiedi.
Mi sono affacciato a questo mondo e mi ci rapporto bene o male ogni giorno, come tanti, ma facendolo io in maniera molto personale e soggettiva. E come ti potranno confermare o dire molte delle personalità con cui ho collaborato in questo ambiente, non ho proprio una visione pienamente scientifica o apparentemente univoca e razionale. Ne ho una un po’ più mistica, diciamo. Quindi non credo di essere la persona più indicata qui cui rivolgere questa domanda, tenendo in conto che ci troviamo a vivere in un momento storico ben preciso e molto delicato. Alcuni stanno chiamando Roma la città femminista. Io credo che in questa società, e nel mondo in generale, ci sia un gran bisogno di una bella transgenderizzazione collettiva, su molti livelli e fronti, tutti quanti assieme. E credo questa cosa stia accadendo ADESSO.

 

D.Il primo mese del 2018 è passato, siamo solo all’inizio. Com’è iniziato per te questo nuovo anno e quali sono i tuoi progetti per il futuro?
R.L’anno è iniziato davvero bene, e mi sento molto grato per tutto tutto quello che sto vivendo a livello lavorativo e anche personale, e per le persone che ho incontrato e che mi circondano che ho conosciuto e che conoscerò. Come tanti buddisti credo nella reincarnazione (son serio!!) quindi almeno per me va da se che ci siamo già tutti conosciuti almeno una volta nelle nostre vite. Quindi non vedo l’ora di rincontrarvi tutti.
Sproloqui spiritici a parte, quest’anno per quel che mi riguarda – oltre al prosieguo della pubblicazione dei miei lavori con L’Espresso settimanale, ovviamente centrali per me – vedrà la realizzazione di un paio di murate da graffitare su cui sto (e in alcuni casi, stiamo) lavorando da mesi. Una su tutte quella che realizzerò al Forte Prenestino, oltre che ad un altro pezzo di grosse (davvero) dimensioni, al Porto Fluviale occupato di Roma. Per questi muri stavamo (io e i ragazzi che mi seguono nei vari spazi sociali occupati, persone centrali nella decisione e realizzazione dei miei pezzi, almeno per come lavoro io) stavamo pensando di tornare a dedicarci a soli paesaggi urbani – i cosiddetti trompe l’oil – che sarebbero poi il medium attraverso cui ho iniziato a esprimermi nei disegni, dieci anni fa a Bologna.
Mentre a livello fumettistico, il 2018 sarà per me un anno fondamentale in quanto vedrà la pubblicazione del mio primo lavoro a fumetti in Italia. Sarà inizialmente “soltanto” una storia breve, realizzata in occasione dell’uscita nella penisola di Love is Love, antologia della DC comics, qui da noi promossa e pubblicata in collaborazione con Ren Books, casa editrice lgbtq alla quale mi sento molto legato (come si vedrà a breve:).
Love is Love oltre a tradurre alcune storie brevi da noi inedite di alcuni dei miei autori preferiti americani (e di Glasgow!!<3_<3!!!!!) fatte ad hoc per l’edizione americana, e che verranno stampate e tradotte in Italia per la prima volta sulle pagine di questa antologia – e oltre ad essere legata alla memoria delle vittime di Orlando, Florida – e oltre ad essere antologia tutta lgbtq, oltretutto promossa dalla casa editrice statunitense più storica di tutte – e oltre ad essere curata da Nino Giordano (per me e tante altre uno dei nomi massimi dell’editoria a fumetti italiana di ieri oggi e domani), e graficata e impaginata (ho saputo da pochissimo) con l’apporto di Loreendso, per me uno dei più talentuosi e hyperacculturati e appassionati giovani grafici che abbia visto all’opera in questi ultimi tempi – L.I.L. pubblicherà anzitutto le storie inedite di alcuni degli autori e artisti italianissimi, esordienti e non, che più apprezzo, e a cui più mi sento legato, e che da tanto aspettavo di leggere ed accomodare negli scaffali della mia libreria in queste vesti.
Elenco così di getto, oltre all’inizio dell’atteso Afterlife di Giordano: le pagine di Benni Nodo, e il lavoro di Manna, e poi Plateroti..!!! Per me sarà un orgasmXXXX. Così Love is Love vedrà pubblicata la prima parte della storia che ho prodotto con Hugo Sanchez e con molte delle menti artistiche che circolano attorno alla Pescheria – che in maniera più o meno diretta hanno contribuito tutte alla fase creativa del progetto. Lola Kola, la Diva dietro il rinascimento artistico di Roma Est, su tutte. Se legge questo mi spezza il collo:) – La nostra storia è stata ispirata dalla ultratrack Sambaca di Hugo e Rodion (Vedi “Alien Alien”. The truth is out there.) e parte da un idea mia, di Deniz Camp (amico, collega, scrittore e blogger statunitense che ha pubblicato da poco la sua prima storia breve per Millarworld), e dei Tropicali tutti. Ci stiamo lavorando da un bel po’. Sarà la prima parte, o parte numero zero, di un progetto a lungo raggio – e il primo tratto di questo viaggio/raggio (totalmente leggibile a sé, come un cristallo solidificato e prologico ma autonomo) sarà presente all’interno dell’antologia targata Renbooks/DC. Anche qui, a costo di suonare ripetitivo, “sarà un Onore”. Restate sintonizzati/slash/ne vederemo delle belle pagine. Grazie mille a voi che ci leggete e al T.Queef che ci leggiamo e che ci ispira e che ci ha ospitato. Buon proseguimento e buon lavoro a tutte <3<3<3 Ci vediamo sui libri. E nei raggi. E nei viaggi. (fermateme..).

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